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LA PARALISI DELLA POLITICA AMERICANA IN MEDIO ORIENTE


middle east map

La politica estera americana in Medio Oriente e Nord Africa e' oggi in una situazione di particolare difficoltà anche alla luce del mutato quadro politico nell'area avvenuto negli ultimi anni.

Oltre all'appoggio incondizionato ad Israele, parte della tradizionale politica americana nella regione (ma anche qui con grosse difficoltà dell'amministrazione Obama ad intraprendere un dialogo costruttivo con il premier israeliano Benjamin Netanyahu), tutto il mondo circostante e' cambiato. Gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a trovare un comune indirizzo di politica estera che potesse dare risposte coerenti al proprio ruolo egemonico. Soprattutto - e la politica e' fatta di questo c nel cercare di tutelare i propri interessi nazionali salvaguardando, laddove possibile, anche alcuni aspetti ideologicamente etici.

Nell'approccio alle problematiche locali, in un primo momento ha prevalso una logica emotiva: nel mondo arabo le rivolte avevano un chiaro riferimento alla voglia di libertà, alla cacciata di dittatori, alla ricerca di giustizia sociale e quindi gli Stati Uniti, in linea di principio, sono stati solidali con queste rivoluzioni.

E' successo in Egitto, e' successo in Tunisia, cosi' come si e' guardato con simpatia quanto avveniva in altri Paesi della regione. Ma i problemi sono venuti dopo.

In Egitto viene cacciato Hosni Mubarak, alleato di prima fila di Washington, e subito l'Amministrazione americana ufficializza il proprio appoggio ai Fratelli Musulmani. Nel marasma sociale egiziano, erano il movimento piu' organizzato, avevano un forte radicamento territoriale. Si sperava che la loro configurazione politico-sociale, che nel passato aveva assunto anche caratteristiche rivoluzionarie e sovversive, potesse cedere il passo ad un prevalente senso dello Stato a favore delle libertà sociali. Gli Stati Uniti hanno quindi effettuato una scelta che in quel momento appariva pagante: l'appoggio a quell'entità che aveva le maggiori possibilità di successo. E accattivandosi una istituzione potente che conta molte affiliazioni e branche nel mondo islamico, c'era anche il mal celato intento di far si' che questo avvicinamento americano potesse potenzialmente produrre risultati apprezzabili in altre parti della regione.

Ma come spesso avviene nella politica e nelle guerre degli americani si pensa molto all'oggi e non si formulano ipotesi sul domani. E' stata infatti contestualmente sottovalutata l'instabilità che una rivolta popolare comunque determina. Soprattutto pero' e' stata sottovalutata l'ideologia di un movimento religioso portatore di una visione del mondo che certo ha poco in comune con gli ideali laici e libertari degli Stati Uniti. E non c'e' voluto molto per scoprire che queste incompatibilità sarebbero venute in superficie.

Estromessi i militari (che assicuravano agli americani un indirizzo del Paese pro-occidentale), i Fratelli Musulmani, anche alla luce della loro storia politica, si sono rivelati per quello che sono. In politica interna hanno cercato di imporre una islamizzazione della società, con scarsa propensione a quella che in occidente viene considerata la libertà di espressione e di pensiero.

Non sono stati risolti i problemi economici del Paese, nonostante gli americani abbiano mantenuto il sostegno finanziario del passato, non e' stata eliminata la corruzione, non e' stata liberalizzata la società. Nei fatti, la legittimazione che Washington ha assicurato all'attuale dirigenza dell'Egitto rischia di tramutarsi in collusione con un regime che sicuramente non ha migliorato le condizioni del Paese, ne' ha dato risposte soddisfacenti agli aneliti di libertà e giustizia che le cosiddette primavere arabe auspicavano.

In politica estera i Fratelli Musulmani hanno portato avanti le loro idee e le loro visioni del mondo. Anche queste non combaciano con gli interessi americani. In questo campo pero' la Fratellanza si e' mossa con la prudenza di chi cerca comunque di dissimulare i propri intendimenti.

Nei riguardi di Israele, loro che avevano sempre attaccato la presenza e la politica espansionistica di Tel Aviv, i Fratelli Musulmani hanno alternato atteggiamenti moderati a proclami radicali. Hanno continuato ad appoggiare Hamas a Gaza, ma nel contempo hanno favorito una mediazione tra la formazione palestinese ed Israele. Hanno riavvicinato l'Iran partecipando al summit dei Paesi Non Allineati, ma poi hanno gravitato nel campo sunnita.

Ma soprattutto - perche' questa e' la loro caratteristica costitutiva - i Fratelli Musulmani hanno alimentato, sostenuto, protetto o finanziato quel mondo islamico radicale a cui loro appartengono. Una galassia fondamentalista la cui deologia politica nella regione e' asservita ad interessi e visioni religiose tradizionalmente ostili agli interessi degli Usa.

Anche la Tunisia, altra nazione la cui rivolta contro la corruzione della famiglia Trabelsi e le mancate libertà civili concesse da Ben Ali ha beneficiato dell'appoggio americano, si trova adesso a confrontarsi con rigurgiti di fondamentalismo radicale. Non era certo un segreto che, una volta al potere, l'Ennadha di Rashid Ghannouci - anche questo un movimento in passato accusato di terrorismo e messo all'indice da vari Paesi occidentali - potesse sviluppare sul piano interno quelle che erano le caratteristiche del suo movimento : islamizzazione della società e spazio alle istanze salafite. Forse anche qui si e' cercato di dare valore alla saggezza di Ghannouci, reduce da un lungo esilio in Gran Bretagna, e forse si e' pensato che questo fosse un fatto oggettivamente importante. Tuttavia, la Tunisia e' un Paese molto vicino al mondo occidentale, non fosse altro per il turismo, e si credeva che per questo non sarebbe caduto nelle mani del fondamentalismo. L'arrivo al potere di Ennadha non ha comunque risolto i problemi sociali del Paese, ne' ha migliorato radicalmente il tasso di democraticità del sistema politico tunisino. Quella che continua a prevalere e' l'instabilità.

Nel caso della Libia, sulla scia delle iniziative francesi, gli Stati Uniti hanno aderito ad un intervento militare contro Muammar Gheddafi. Hanno dato, come al solito, il loro forte contributo militare. Ma, come in Iraq, alla caduta di un dittatore sicuramente crudele e non amato da Washington, non hanno prefigurato quello che poteva costituire un ricambio di potere nel Paese.

rachid ghannouchi

Rachid Ghannouchi ad una conferenza dell'Ennadha

In primo luogo e' stato sottovalutato il radicamento del potere gheddafiano, il quale avrebbe sicuramente resistito alle pressioni della primavera araba se non fosse stato estromesso manu militari. Crollato Gheddafi, gli Usa si sono trovati inopinatamente dalla parte degli estremisti islamici che combattevano il dittatore. Sparita una struttura di potere, non era pronta una soluzione di ricambio (forse anche Barack Obama credeva, come il suo predecessore, al mito dell'esportazione della democrazia). La Libia e' crollata nel caos sociale che esiste tuttora. Ed e' un caos sociale che, come al solito, offre ampi spazi operativi al terrorismo, come l'uccisione dell'ambasciatore americano a Benghazi e l'attacco all'ambasciata francese a Tripoli dimostrano. Difficile capire quali siano stati i guadagni politici assicurati agli Stati Uniti dal nuovo scenario libico.

Ma ecco che qui si inserisce, in sequenza temporale, la questione siriana. Dopo che la guerra in Libia ha procurato piu' perdite che guadagni in termini politici o geo-strategici e memori che l'appoggio ai vari movimenti islamici si e' tradotto in una diffusione abnorme del fondamentalismo, questa volta gli americani hanno forti remore ad offrire un sostegno consistente ai ribelli che lottano contro Bashar al Assad. Infatti, sulla questione siriana prevale la prudenza. C'e' un'opposizione laica al regime di Damasco - e questa potrebbe sicuramente ottenere l'appoggio americano - ma c'e' anche un'opposizione - come il Jabhat al Nusra, peraltro la formazione combattente piu' efficace - che si riconosce nel fondamentalismo islamico, risulta connivente con Al Qaeda ed e' messa all'indice come organizzazione terroristica.

E qui, ancora una volta, sorge lo stesso dilemma: possiamo noi americani combattere a fianco di una formazione terroristica? E' conveniente per gli interessi degli Stati Uniti che un regime dispotico come quello alawita venga sostituito da una nuova dirigenza che abbia come riferimento politico un movimento fondamentalista (non necessariamente al Nusra, ma anche i Fratelli Musulmani siriani accreditati - come era avvenuto in Egitto - come l'opposizione piu' credibile contro Assad)? Certo, qualche guadagno c'e' perche' se crolla il regime di Damasco si indebolisce il regime di Teheran e si interrompe quella contiguità territoriale che oggi permette agli Hezbollah di usufruire di un diretto supporto militare iraniano. Un vantaggio quindi perlopiu' per Israele e quindi, indirettamente, per Washington. Ma avere un altro Paese a forte caratterizzazione islamica nel panorama mediorientale e' conveniente?

Tutte queste situazioni, concatenate nel tempo ed afferenti la stessa area geografica, hanno reso difficile per gli americani trovare e perseguire un unico comune denominatore di politica estera. C'e' una forte instabilità sociale, alcune delle nuove dirigenze non hanno ancora consolidato il proprio potere e il dialogo con l'Islam politico moderato appare piu' una chimera che un'opportunità politica. Tutto e' difficile, tutto si interseca tra pro e contro, tra eticamente giusto e politicamente sbagliato.

Intanto gli americani pagano ancora una volta il prezzo di un appoggio acritico ad Israele che, nell'attuale congiuntura, e' guidato da un esecutivo refrattario ad ogni soluzione piu' o meno negoziata del problema palestinese. Adesso, per l'ennesima volta, l'ennesimo Segretario di Stato americano tenta l'ennesima mediazione negoziale.

Gli Stati Uniti pagano anche il prezzo di una cultura politica che li rende miopi e sordi ad un mondo complesso dove il bianco non e' mai bianco ed il nero non e' mai nero, dove prevalgono sfumature, bizantinismi, situazioni intricate in matasse di cui e' difficile trovare il bandolo. Il principale problema americano oggi e' capire cosa fare, dare una coerenza al loro intervento.

Nella consapevolezza che ci sono anche altri attori da tenere in conto. C'e' la Turchia che adesso gioca - ma soprattutto cerca di affermare - un proprio ruolo dominante nell'area. E' il neo-ottomanesimo di Recep Erdogan. C'e' Israele che, quando e' in ballo la propria sicurezza, non intende dare ascolto a nessuno. C'e' la Russia che non intende derogare dal proprio legame storico con Damasco. C'e' il Qatar in concorrenza con l'Arabia Saudita per il predominio politico in campo sunnita. C'e' l'Iran, oggi percorso da faide politiche interne, che non puo' e non vuole perdere un alleato come la Siria. C'e' l'Iraq e la sua strisciante guerra civile tra sunniti e sciiti che sta diventando elemento contiguo agli interessi di Teheran. C'e' il Libano che cammina ancora una volta pericolosamente sul baratro della guerra civile.

Poi ci sono tutta una serie di problematiche di cui non e' possibile prevedere gli sviluppi. C'e' il problema curdo che dopo l'accordo tra Ankara ed il PKK potrebbe favorire la creazione di una nuova entità statuale. C'e' il problema del Bahrein dove la minoranza sunnita prevarica una maggioranza sciita. C'e' la lotta in Yemen tra nord e sud. C'e' la crisi siriana che ogni giorno di piu' tracima nei paesi vicini. C'e' il problema palestinese che domani potrebbe alimentare una nuova intifada. E c'e', anche se se ne parla ancora poco, la presenza di regimi dispotici, come molte monarchie del Golfo Persico, che, seppur ancora oggi marginalmente sfiorati dalle rivolte della Primavera Araba, hanno tutti i requisiti per diventare domani un nuovo campo di battaglia.

Ma il problema piu' grosso di tutti - e questo non riguarda solo gli Stati Uniti - e' che questa situazione di instabilità sociale e politica alimenta il terrorismo. Non solo in Afghanistan e Iraq, ma in nuovi teatri operativi: Siria, Libia, Mali. A cui vanno aggiunte altre pericolose fonti di contagio (gli huiti in Yemen, i salafiti di Tunisia e Egitto, le bande sunnite in Iraq, i gruppi palestinese radicali). E se si allarga il discorso del fenomeno terroristico basta citare gli Shabaab somali ed i Boko Haram nigeriani.

obama barack

A questo punto diventa difficile non solo per gli americani, ma un po' per tutti, districarsi in situazioni incrociate dove causa ed effetto si intersecano e generano risultati che a volte inficiano le intenzioni. Ogni scelta di merito diventa un dilemma nella valutazione dei vantaggi o svantaggi, dei benefici o delle perdite, di quello che conviene o di quello che e' controproducente.

La politica americana e' quella che piu' risente di questo stato di cose. Intanto perche' ha interessi geo-strategici molto piu' complessi ed importanti di altri. Poi perche' si e' perso nell'immaginario americano, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, il senso della propria identità in un mondo dove non ci sono piu' ideologie da combattere (sostituite da un uso improprio dell'Islam), dove il nemico e' piu' difficile da individuare, non e' piu' uno solo ed acquista forme e caratteristiche diversificate. E' una guerra asimmetrica che gli americani ancora non si sono abituati a combattere.

Barack Obama, piu' di altri Presidenti che lo hanno preceduto, volendo almeno emotivamente perseguire una politica estera che tenesse conto anche dei principi (oltreche' degli interessi) e' ancora piu' penalizzato da questo mondo in divenire. Ha ereditato due guerre rivelatesi disastrose sul piano dei risultati (sbagliata l'irachena, mal condotta quella afgana) ed aveva l'imperativo di togliersi dal pantano mediorientale dove si era infilato il suo predecessore cercando di caratterizzare il ruolo americano in chiave etica. E' psicologicamente orientato piu' al disimpegno che al coinvolgimento. Ma tutto questo gli viene oggi impedito dalle circostanze.