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L'ISIS ED IL BANGLADESH


bangladesh


L'ISIS, attraverso le sue gesta e propaganda, è riuscito ad alimentare il terrorismo islamico non solo in Medio Oriente, Africa e Europa, ma anche in Asia. Alla data attuale ben 42 organizzazioni terroristiche di ispirazione islamica in giro per il mondo hanno dichiarato la loro adesione all'auto-proclamato califfo Abu Bakr al Baghdadi. Un’adesione che non ha implicato una reale, diretta cooperazione tra le varie entità terroristiche, ma che comunque è servita a dare una dimensione globale al terrorismo dell'ISIS.

In Asia c'è una cosiddetta "Provincia dello Stato islamico" nel Caucaso, in Malesia e Indonesia proliferano vari gruppi radicali collusi col terrorismo islamico, nelle Filippine meridionali opera il gruppo di Abu Sayaf, in Pakistan c'è il Jamaa't al Ahrar, nello Xinjiang in Cina il contagio del terrorismo islamico è arrivato fino alla popolazione uiguri che rivendica mire indipendentistiche. Inoltre, frange islamiche sono state individuate anche in Brunei, Singapore, Thailandia, Myanmar, Cambogia. In pratica, non c'è popolazione islamica nel continente asiatico che non abbia trovato attraente il messaggio di al Baghdadi.

Era quindi statisticamente impensabile che un Paese a stragrande maggioranza musulmana come il Bangladesh, dove già in passato erano presenti forme di estremismo religioso contro cristiani e induisti, fosse esente dal contagio del terrorismo islamico. L'unica diversità, fino alla strage in un ristorante di Dhaka il primo luglio, è che le autorità hanno sempre negato la presenza di gruppi terroristici, attribuendo ogni episodio delittuoso all'opposizione politica e legittimando quindi la repressione contro gli stessi. In alte parole, il governo locale ha artificiosamente sfruttato la presenza terroristica a fini politici interni.

Già il 7 giugno scorso, a fronte degli ennesimi omicidi di stampo religioso, erano stati effettuati degli arresti di massa da parte delle autorità di sicurezza. Erano così finite in galera circa 11.300 persone e di queste solo una minima parte, circa 170, aveva subito la repressione perché accusata o sospettata di essere militante in frange terroristiche di matrice islamica. Quindi, anche in questo caso, l'obiettivo non era sradicare il terrorismo fondamentalista, bensì portare avanti una epurazione politica contro i partiti islamici. In particolare, le attenzioni si sono rivolte contro l'ex primo ministro Khaleda Zia, portata in tribunale in marzo con l'accusa di sedizione.

Le reiterate smentite da parte del premier Sheykh Hasina Wajed si sono scontrate, di volta in volta, con l'evidenza. Dall'inizio del 2015 sono stati perpetrati in Bangladesh oltre 30 attentati, in maggioranza rivendicati ufficialmente dall'ISIS (21 di questi) ed il resto da Al Qaeda. I morti sono stati oltre 50. Ne hanno fatto le spese personalità accademiche progressiste, attivisti dei diritti umani, militanti gay, gente accusata di ateismo, giornalisti ritenuti blasfemi, lavoratori stranieri. Nella maggior parte dei casi si è trattato di omicidi singoli. Ovvero, una forma di terrorismo a bassa intensità.


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I terroristi di Dhaka


Alla luce di questo dettaglio, ogni volta Hasina, o chi per lei, ha accusato di ogni efferatezza gruppi locali e senza ricondurre il loro operato al terrorismo transnazionale. Questo è avvenuto nonostante siano stati recentemente estradati da Singapore ben 26 bengalesi accusati di terrorismo islamico, rendendo palese quanto il fenomeno avesse acquisito connotazioni internazionali. Negare questa realtà ha poi inevitabilmente portato alla strage di Dhaka, dove la matrice del terrorismo islamico è stata subito rivendicata dall'apparato propagandistico dell'ISIS. Forse l'unica cosa vera nelle dichiarazioni delle autorità bengalesi è che non è stato un attentato pilotato da Raqqa, ma nato nell'ambito di quella infatuazione che il messaggio di al Baghdadi ha prodotto anche in giovani di buona famiglia. In pratica, si è assistito ad un fenomeno di auto-radicalizzazione. Come già accaduto in Francia, Belgio o Turchia, sul piano pratico è irrilevante se un attentato pianificato e condotto a livello locale abbia o meno collegamenti esteri.

Un Paese come il Bangladesh, inserito nell'elenco dei cosiddetti "paesi in via di sviluppo", ha un storia travagliata. Nato dalle secessione fra induisti e musulmani, è sempre stato altamente instabile. Dalla sua fondazione nel 1971 vi sono già stati 19 colpi di Stato e due presidenti uccisi. Collocato geograficamente in un’area geo-strategica importante, ha alti tassi di povertà ed analfabetismo. Con oltre 160 milioni di abitanti, di cui l’89% musulmani, ha nell’Islam la religione di Stato. Alti indici di disoccupazione, infrastrutture fatiscenti e ricorrenza di malattie endemiche completano il quadro ideale per un contagio da parte dell’estremismo. La conseguente debolezza delle proprie strutture di sicurezza ha facilitato il compito del terrorismo stragista. Tutto questo è avvenuto nonostante l'Islam bengalese sia tradizionalmente legato più alle correnti moderate tradizionali che non al fondamentalismo e al salafismo.

Nonostante ciò, sono state necessarie le leggi anti-terrorismo ed anti-riciclaggio del 2012 per mettere all'indice cinque organizzazioni islamiche estremiste bengalesi: la Jamat ul Mujaheddin Bangladesh (JMB), la Harakat ul Jihad, la Shahadat al Hikma, la Jagrata Muslim Janata, la Hizb ut Tahrir. Tuttavia, nel Paese vi sono anche altre formazioni terroristiche, come l'Ansar al Islam Bangladesh ed l'Ansarullah Bangla Team legati ad Al Qaeda ed il Jund al Taweedwal Khalifah collegato, come il JMB, all'ISIS. Tutte queste organizzazioni hanno sviluppato attività di reclutamento, indottrinamento e quindi, a diverso titolo, eversive. E lo hanno fatto con tecniche di propaganda utilizzate anche dall'ISIS per analoghe finalità: internet, twitter, blog, social network.

Nel caso bengalese vi è stato poi anche quel mix tra personaggi legati contemporaneamente ad idee estremiste, ambienti criminali e traffici illegali. Parte dei finanziamenti di questi gruppi sono di natura illecita: contraffazione di denaro, donazioni – meglio dire estorsioni – nelle aree rurali, trasferimento illegale di soldi, finanziamenti illeciti da organizzazioni non governative estere. E poiché molti dei traffici illeciti sono di natura trans-frontaliera, anche questo dettaglio ha aiutato il terrorismo bengalese a diventare internazionale. Nella JMB sono in passato confluiti veterani della guerra in Afghanistan. Ed anche in Bangladesh riappare il ruolo nefasto del wahabismo saudita e delle sue Ong, accanto a quelle del Qatar (Qatar Charitable Society) e del Kuwait (Kuwait Joint Relief Committee). Tra le 11 Ong attenzionate dalle autorità bengalesi figura anche la Islamic Relief; con sede nel Regno Unito, è finanziariamente molto potente e geograficamente molto estesa, più volte è stata considerata contigua ad ambienti legati all'integralismo islamico.


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Come accennato, il Bangladesh ha una posizione geografica particolarmente importante agli occhi dell'ISIS. Collocato tra l'India induista e il Myanmar buddista, può costituire un ottimo trampolino di lancio per allargare l'estremismo islamico verso i Paesi limitrofi. In Myanmar può essere sfruttata la situazione dei Rohingya, perseguitati per la loro fede islamica, che risultano avere instaurati contatti con il Jamat ul Mujaheddin Bangladesh. In India, invece, focolai di tensione possono essere alimentati con la popolazione islamica in Assam, Kashmir e Uttar Pradesh.

La posizione strategica del Bangladesh ha portato l'ISIS a designare un proprio emiro locale nella persona dello sheykh Abu Ibrahim al Hanif, nome di battaglia di Tamim Chowdhury, un canadese di origine bengalese. Sembra che questo personaggio abbia avuto un ruolo centrale nell'attentato di Dhaka. Arrivato in Bangladesh circa tre anni fa, è diventato l'esponente di rilievo del JMB e elemento di contatto con l'ISIS. Da una sua recente intervista emerge che l'obiettivo principale della sua attività terroristica non sarà solo il Bangladesh, ma anche l'India. In questo è in sintonia con Al Qaeda che, nelle parole di Ayman al Zahawiri, ha sempre considerato il Paese parte di un complotto "crociato-sionista" contro l'Islam e quindi da attaccare.

Sullo sfondo vi è l’oramai consueta competizione tra Al Qaeda e ISIS. Tenuto conto che la centrale di qaedista è localizzata da oltre un decennio tra Afghanistan e Pakistan, le mire del califfo di estendere la propria sfera di influenza nella regione ha il sapore di una sfida dagli specifici connotati egemonici. Molti gruppi terroristici, come quelli indonesiani, hanno subito scissioni nel dividersi fra le due affiliazioni. Inoltre, sono circa un migliaio i volontari di provenienza asiatica che combattono oggi a fianco del califfo; qualche agenzia di intelligence stima una cifra intorno a 1.800. Si sarebbe anche formata un’unità da combattimento chiamata "Unità dell'arcipelago Malay" dove sarebbero confluiti malesi ed indonesiani e dove si parla solo la lingua bahasa, cioè l’indonesiano. Parte di questi personaggi sono rientrati dalla Siria e adesso costituiscono, con o senza legami diretti con Raqqa, la base operativa del terrorismo islamico nel continente. In pratica subentrano o si aggiungono a tutti quei veterani che precedentemente avevano combattuto in Afghanistan sotto la bandiera di Al Qaeda.

Se si dà credito a quanto recentemente dichiarato dal Ministro della Difesa di Singapore, l'ISIS, negli ultimi tre anni, avrebbe enormemente accresciuto il numero dei propri simpatizzanti in Asia a scapito, ovviamente, di Al Qaeda. Proprio per contrastare questo trend, nel settembre del 2014 Zahawiri aveva annunciato la nascita di "Al Qaeda nel sub-continente indiano" (AQIS) che, tra l'altro, comprendeva, insieme alla Birmania e all'India, anche il Bangladesh.

Dal punto di vista demografico, in prospettiva l'Asia diventerà il continente con il maggior numero di musulmani al mondo. Già oggi ci sono 200 milioni di musulmani in Indonesia, la nazione con la più grande popolazione islamica al mondo, seguita dal Pakistan e India (180 milioni ciascuno) e poi dal Bangladesh (circa 160 milioni). Fra tutti i Paesi asiatici dove è stata notata la presenza di estremisti islamici, quello che al momento risulta più attrezzato nella lotta contro il terrorismo è l'Indonesia, dove il fenomeno qaedista è apparso alla fine degli anni ‘90 ed è stato combattuto senza derogare da un percorso politico democratico.

Il Bangladesh è, nelle intenzioni di Al Qaeda e dell’ISIS, solo un passaggio intermedio, per la diffusione dell'estremismo islamico ne Paesi limitrofi. Sinora la scelta del governo bengalese di negare l'evidenza ha reso la lotta contro il terrorismo scarsamente efficiente. E' adesso auspicabile che la gravità dell'attentato di Dhaka, dove sono morte 20 persone tra cui 9 italiani, possa costituire la premessa per una lotta senza quartiere contro il terrorismo islamico. In passato è stato utilizzato il pugno duro contro il JMB, con condanne a morte ed immediate esecuzioni. Tuttavia, i risvolti di politica interna continuano ad indirizzare l’attività repressiva degli apparati di sicurezza locali.

A maggio il capo di un partito islamico radicale, il Bangladesh Jamat Islami, Motiur Nizami è stato condannato a morte per il genocidio commesso durante il periodo della guerra per l'indipendenza nel 1971. Oltre ad aver scatenato la rabbia dei vari movimenti radicali nel Paese, l’esecuzione ha colpito l’unico partito politico ufficiale che, purché estremista e con un seguito limitato, mirava alla creazione di uno Stato islamico attraverso un processo politico democratico. Ora c'è il ragionevole dubbio che si passi alla clandestinità e che, in particolare, finisca per adottare metodi eversivi la Islami Chadra Shibir, la branca studentesca del partito.

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