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UN SERVIZIO DI INTELLIGENCE EUROPEO?


euro flag

Gli ultimi attentati in Parigi e Bruxelles hanno sollevato, ancora una volta, il problema della cooperazione fra i Servizi di intelligence dei vari Stati dell'Unione Europea. Qualcuno ha anche evocato, con scarsa cognizione di come funzioni la circolazione di notizie riservate, la creazione di un Servizio di intelligence europeo. Un Servizio di intelligence risponde della sicurezza nazionale del Paese di appartenenza. La cooperazione si attua laddove esistono sovrapposizioni fra interessi nazionali diversi. Qualora prevalgano quelli individuali a discapito di quelli sovranazionali, la collaborazione non ha luogo, o avviene in modo parziale. E’ una regola da cui non si scappa.

Le regole della collaborazione

Sicuramente oggi il terrorismo islamico, la caccia alle cellule dell’ISIS in Europa sono obiettivi primari per tutti i Servizi di intelligence europei. Questo farà sì che la cooperazione sul tema abbia maggiore sviluppo, ma pensare ad un unico Servizio di intelligence europeo è ben diverso. Innanzitutto, nel caso di una cooperazione tra Servizi non vengono quasi mai comunicati i dettagli sulle modalità di acquisizione delle informazioni. Ognuno mantiene una giusta riservatezza sulle sue fonti. Nella sua attività di ricerca ogni Servizio opera con modalità non convenzionali, talvolta ai limiti della legalità o del consentito.

Un altro limite è poi rappresentato dalla possibilità di effettuare operazioni congiunte. Se anche vi fosse un obiettivo informativo comune, ognuno opera per conto suo. Sono rarissimi i casi di operazioni congiunte nel senso fisico della parola. Ogni Servizio ha il suo modus operandi, usa le sue tecniche, ha un diverso grado di spregiudicatezza, risponde a direttive e logiche diverse. Due agenti di due Servizi differenti non operano mai insieme. Possono condividere le informazioni, ma sul terreno rimangono indipendenti. Ognuno dei due, nel procedere di una indagine, fa le sue scelte, assume i suoi rischi, risponde del suo operato. Ma non può farsi carico delle scelte di un collega di cui non conosce le direttive operative. In questo contesto vale la pena sottolineare come, molte volte, una operazione di infiltrazione in un ambiente terroristico implichi dei rischi per l'incolumità del personale coinvolto.

Per quanto concerne lo scambio di informazioni, esiste già una cooperazione tra i vari Stati europei che, su argomenti specifici, si scambiano informazioni in tempo reale attraverso canali telematici abilitati o attraverso la presenza dei rappresentanti dei Servizi stranieri che stazionano, talvolta anche in regime di reciprocità, nei rispettivi Paesi. Inoltre, esistono meccanismi bilaterali o multilaterali con incontri dettati dalle circostanze del momento o da una ciclica routine.


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Il Club di Berna

In Europa esistono anche dei consessi dove ci si riunisce per meglio cooperare o rinsaldare i rapporti reciproci. E' il caso del Club di Berna che vede l’adesione di vari Servizi di intelligence. Vi aderiscono tutti i Servizi dei 28 Paesi dell’Unione Europea, a cui si aggiungono quelli norvegesi e la Svizzera, che non ha un vero e proprio organismo di intelligence proiettato verso l’esterno, ma solo vero l’interno. Il Club di Berna si riunisce annualmente al livello dei Direttori dei Servizi, che si scambiano opinioni e analisi, condividono idee e propongono iniziative.

L'organismo è nato nel 1971 e, dopo il crollo del sistema sovietico, vi hanno aderito progressivamente anche i Paesi dell’Europa dell’est. Non è strutturato al suo interno e le riunioni vengono tenute in un regime di rotazione nelle varie capitali europee. Il Paese ospitante organizza l’evento ed elabora una agenda. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle nel settembre del 2001, al suo interno è stato creato un altro organismo, il cosiddetto Gruppo di Antiterrorismo, che si dedica esclusivamente alla minaccia terroristica verso l’Europa. Questa è probabilmente la maggiore struttura di cooperazione per lo scambio di informazioni di intelligence sul tema nel contesto europeo.

Altri forum di intelligence


Ci sono inoltre tanti altri forum dove, su base sistematica, ci si incontra, si scambiano opinioni ed analisi, si decidono nuove cooperazioni. C’è il Club Brenner, che riunisce i Servizi di sicurezza occidentali, il Megatonne, dedicato alla lotta contro il terrorismo islamico, il Gruppo Star, che si dedica al contrasto del traffico di droga proveniente dall’Asia e che vede la presenza della DEA americana, il MedClub, che riunisce i Servizi di intelligence del bacino del mediterraneo e di cui non faceva parte la Libia di Gheddafi, il Gruppo Kilowatt, creato da Israele dopo gli attentati di Monaco del 1972 e a cui partecipano 24 nazioni tra cui gli Stati Uniti e l'Europa, e tanti altri meno famosi.

Accanto a questi consessi di intelligence, ve ne sono altrettanti legati alla cooperazione fra le forze di polizia nazionali: il Gruppo di Vienna, con i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Italia, Austria e Svizzera, il TREVI, creato nel1975 sulla base dell’acronimo Terrorism, Radicalization, Extremism and Political Violence, l’organismo è stato poi assorbito dal JHA, ovvoro Justice and Home Affairs dell’Unione Europea, il Police Working Group on Terrorism, che vede presenti tutti i paesi europei incluse Norvegia e Svizzera, e così via. Su tutti questi spicca l'Europol, coordinamento fra forze di polizia europee non dedicato soltanto alla lotta al terrorismo.

Polizia vs Intelligence

Nonostante tutto questo proliferare di agenzie, consessi, forum emergono due dettagli: non esistono organismi all’interno dell’Unione Europea per la lotta al terrorismo; la polizia e i Servizi di intelligence viaggiano su piani paralleli. Non c’è alcuna “sincronizzazione”, non c’è nessuna strutturazione dell’attività di sicurezza europea. I tentativi di cooperazione non mancano. Molti si sono formati sull’onda di eventi traumatici o di esigenze impellenti e questo qualifica, purtroppo, come non esista una Europa dell’intelligence o della sicurezza comune, né sul piano pratico, né a livello culturale.
C’è, inoltre, un frammischiamento tra le competenze e la cooperazione fra le forze di polizia e quelli dell’intelligence propriamente dette.

Anche perché ciò che corre sul circuito di intelligence non si trasmette direttamente sul circuito di polizia e viceversa. C’è un filtro a monte fra i due sistemi di comunicazione perché dipendenti da organismi diversi. Ci sono problemi di sovrapposizione e c’è poi un problema tecnico: l’attività di polizia postula l’autorizzazione della magistratura, quella di intelligence no.

Si potrebbe obiettare che, nonostante non vi sia un accordo generalizzato, vi sono comunque una miriade di organismi europei che si dedicano allo scambio di analisi, informazioni o iniziative, un proliferare di accordi e strutture regionali o bilaterali che si affannano nella collaborazione nel settore dell’antiterrorismo.

Il problema dell'originatore

Vale la pena sottolineare un dettaglio che riguarda le notizie provenienti dall'intelligence. Un Servizio che raccoglie una notizia decide a quale altro Servizio inviarla. Il Servizio che la riceve non è abilitato a trasmetterla ad altri Servizi. Questa procedura, a cui si attengono tutti i Servizi, ha una sua motivazione tecnica: se una notizia passa da un Servizio ad un altro in modo continuativo (e fra Servizi non si cita mai l’origine della stessa), si rischia di dare conferma di un dato come se fosse stato originato più fonti. Ed è invece sempre lo stesso. Questa circostanza ha la sua importanza nel valutare l’affidabilità di una notizia che, se confermata da più fonti, diventa informazione.

Questa impasse si potrebbe ovviare con un unico canale di transito per la ricezione o trasmissione delle notizie. Canale che ad oggi non esiste in Europa. I Servizi turchi affermano che avevano informato i colleghi belgi di un possibile attentato a Bruxelles e aver fornito informazioni su alcuni personaggi a rischio. Ci sarebbe da verificare se la stessa notizia è stata data anche ai Servizi francesi o se questa sia rimasta solo nella conoscenza dei belgi, con i risultati che abbiamo visto.


james bond


Esistono soluzioni?

Il terrorismo è un fenomeno sociale così articolato ed esteso che necessita di un contrasto strutturato su base internazionale. E’ necessaria una cooperazione che superi gli egoismi nazionali a favore degli interessi generali. Come abbiamo detto, ogni Servizio risponde a logiche nazionali ed è difficile pensare che, in prospettiva, possa diventare strumento di interessi internazionali. Ciò potrà avvenire solo in presenza di una coincidenza di interessi. Non c’è un Servizio di intelligence europeo, né è prevedibile che lo si possa realizzare. Al riguardo, basti pensare che nemmeno la NATO ha un suo Servizio di intelligence, ma vive sui contributi dei Paesi dell’Alleanza.

Sicuramente si potrà pensare di creare in Europa un organismo dedicato alla lotta al terrorismo che possa in qualche modo convogliare tutte le notizie che i vari Paesi decideranno di condividere, sia di fonte intelligence che proveniente dalle attività investigative delle varie forze di polizia. Si potrebbe immaginare un qualcosa che assomigli ad un procuratore antiterrorismo europeo.

Il problema è che nei singoli Paesi le attività di antiterrorismo sono di competenza di diversi organismi. E’ il caso dell’Italia, che ha cercato di ovviare a tale problema creando un “Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo” (CA.S.A.), dove convergono polizia e Sevizi di Informazione. In quel consesso siedono i maggiori vertici del Governo e delle strutture di sicurezza ed ognuno porta il suo contributo di conoscenze. Qualcosa di simile potrebbe essere fatto anche in Europa, dando a questo organismo una minore taratura politica, ma più operativa.

Basterà tutto ciò ad impedire che si ripetano atti di terrorismo sul territorio europeo? Purtroppo no, ma sicuramente si riuscirà a combattere meglio contro questa pandemia sociale. L’Europa dovrà anche rivisitare alcune sue idee libertarie per asservirle alle esigenze di sicurezza. Dovrà porre controlli al sistema Schengen e alla libera circolazione e transito dei cittadini. Dovrà creare un sistema di sicurezza per il settore dei trasporti di massa (aeroporti, stazioni ferroviarie, porti, metropolitane) perché questo terrorismo è alla ricerca di stragi. Dopo gli attentati di New York nel 2001, le misure di sicurezza si sono rivolte alla protezione degli aerei, e lo hanno fatto con successo. Adesso bisogna pensare al controllo degli accessi. Una Europa più sicura toglierà qualche libertà ai suoi cittadini in termini di privacy e controlli. Questo è il prezzo da pagare.

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