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LA LIBIA DI MACRON E LE CONSEGUENZE

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E' lecito domandarsi se l'incontro del 25 luglio a Parigi tra il Presidente Serraj ed il Generale Haftar possa effettivamente sbloccare la situazione politico-militare in Libia.

Sicuramente, come tutte le iniziative diplomatiche, anche quella del neo Presidente francese Macron può dare un contributo alla riconciliazione nazionale in Libia, ma così come intrapresa, così come frettolosamente messa in campo, appare rispondere a logiche diverse che esulano dall'obiettivo ufficialmente dichiarato.

I problemi dell’iniziativa francese

Il primo problema è che se c'era da fare una iniziativa diplomatica, doveva essere coordinata prima con l'ONU (il nuovo rappresentante dell'organismo internazionale, il libanese Ghassam Salamé - peraltro notoriamente filo - francese - è stato invitato ma ha recitato un ruolo subordinato. Nel contempo non aveva ancora visitato Tripoli nell’ambito del suo nuovo incarico internazionale). Ci voleva anche un coordinamento in ambito europeo e soprattutto con il ruolo italiano in Tripoli, anche in virtù della questione relativa all'immigrazione clandestina. Quindi sorge il dubbio che l'iniziativa di Macron sia mirata soprattutto a re-inverdire la grandeur francese e la sua nota politica interventista africana. Macron veniva da una prima crisi relazionale con l'establishment militare francese e quindi aveva necessità di portare al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica nazionale qualcosa che alimentasse l'orgoglio del Paese in ambito internazionale.

Il secondo problema è la sostanza dell'accordo di Parigi. Si è parlato di dare fine ai confronti armati (salvo quelli contro il terrorismo), di smobilitare le milizie armate e di procedere a elezioni presidenziali e parlamentari nella prossima primavera. Sarebbe già difficile garantire quanto concordato se gli unici interlocutori nel caos sociale e militare libico fossero solo Serraj e Haftar. Ma il Paese è pieno di milizie armate difficilmente disarmabili, esiste un governo islamista in Tripoli che non intende recedere (a questo organismo lo stesso Haftar applica l'etichetta di terrorismo) e c'è poi una forte rivalità tra le milizie di Misurata che appoggiano Serraj e quelle del cosiddetto Libyan National Army di Haftar. Serraj, benché goda di supporto internazionale, ha scarsa capacità impositiva. Haftar è invece un personaggio divisivo. Peraltro, in un Paese in lenta disintegrazione, ipotizzare delle elezioni a primavera 2018 è quanto meno azzardato, con il rischio che chi intenda confrontarsi in una tenzone elettorale lo voglia fare da una posizione di forza, magari utilizzando lo strumento militare più che il consenso popolare. La Libia non dà rassicurazioni storiche in tal senso. Nè tanto meno lo danno i trascorsi pregressi di Haftar.

Il terzo problema è che la Francia gioca una sua partita personale in Libia. La presenza di forze speciali francesi a Benina pone dubbi sul ruolo super partes che ogni broker negoziale dovrebbe avere. Che la Francia parteggi per Haftar non è un segreto. Anche perché dietro al generale libico c'è l'Egitto, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e quindi grossi interessi nella vendita di armi (comprese ad Haftar stesso). Ancora più indietro c'è anche il petrolio ed il gas della Cirenaica. Haftar piace alla Russia (a cui sembra aver promesso un futuro utilizzo di basi navali) e non dispiace agli Stati Uniti.

Vista sotto questo profilo, la mediazione francese va in direzione opposta alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che riconosce in Serraj il solo legittimo rappresentante del popolo libico. Nella pratica l'incontro di Parigi ha più legittimato il ruolo di Haftar come interlocutore - adesso internazionale - della crisi libica, anche se lo stesso ha sinora disconosciuto le risoluzioni dell'ONU.

Dall'iniziativa francese risulta penalizzata l'Italia che oltre ad essere adesso politicamente emarginata in questo processo negoziale è quella che più si è spesa per la legittimità del Governo di riconciliazione nazionale presieduto da Serraj. E non è casuale che dopo Parigi, Serraj abbia fatto tappa a Roma mentre Haftar è tornato in Libia.

Appoggiando Serraj, l'Italia ha poi scommesso politicamente ed investito soldi per la soluzione del problema dell'immigrazione clandestina proprio sul Governo di Riconciliazione Nazionale. Forse un errore è stato quello di non aver voluto un negoziatore di nazionalità italiana come il Segretario Generale dell'ONU Guterres aveva suggerito. Con la scusa che appariva discutibile che fosse un negoziatore proveniente dall'ex Paese coloniale, il governo italiano ha così penalizzato il suo ruolo. Ma forse temeva di rimanere imbrigliato nelle faide libiche, di trovarsi sul banco degli imputati per i suoi retaggi storici, e forse anche nella considerazione che operando in proprio e senza vincoli internazionali ci fosse più margine di manovra.


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Il generale Khalifa Haftar


Le reazioni

Ma ritornando alla sostanza dei fatti, l'iniziativa francese ha innescato una serie di reazioni. La prima è che Serraj, forte della sostanziale legittimazione italiana, ha richiesto all'Italia di intervenire nella lotta all'immigrazione clandestina anche nelle acque territoriali libiche. Ha avanzato la proposta, poi l’ha smentita, infine l'ha riconfermata. Tutte queste titubanze politiche ancora una volta denotano la debolezza del personaggio.

Avere navi militari italiane nelle acque territoriali libiche pone il problema della sovranità nazionale ed ovviamente di questa problematica si è subito appropriato il Generale Haftar ed il governo di Tobruk. A lui poi si è affiancato anche un membro del Consiglio Presidenziale, Fathi Majburi: uomo della Cirenaica che intravede adesso più conveniente riavvicinarsi all'uomo forte di Benghazi. Il problema della sovranità nazionale non si pone per il Generale Haftar quando stazionano sul suo territorio aerei da combattimento degli Emirati Arabi Uniti o quando a suo sostegno intervengono le forze aeree egiziane.

Ma forte dell'appoggio di cui sembra godere, Haftar ha trovato anche tempo per minacciare di bombardare le navi italiane se presenti nelle acque territoriali libiche. Il dettaglio che abbia alle sue dipendenze un esercito fatiscente di vecchi militari gheddafiani ed una aeronautica con pochi aerei russi obsoleti non ha importanza per un personaggio a cui piace alimentare il culto dell'uomo forte, che non ha paura di nessuno e che si crede invincibile. Insomma costruisce su se stesso il ruolo che era prima del Rais, anche nei termini della lotta contro il colonialismo italiano. Comunque - ed è il fatto politico più significativo - l'Italia è stata costretta a forzare il proprio ruolo nelle vicende libiche per rimanere centrale nel determinarne una soluzione.

Il gioco sporco di Haftar

Haftar, forte della legittimazione francese, appena tornato a Benghazi, ha reso noto quello che pensa in una intervista ad Asharq Al Awsat: lui si presenterà alle elezioni presidenziali come candidato; gli inviati ONU sinora designati erano manipolati dagli islamisti (ovviamente nella casistica non è ancora entrato il neo-designato Salamé); Fayez Serraj ha quest'ultima chance per mantenere i suoi impegni (in un'altra intervista si era limitato ad invitarlo a tornare a fare l'ingegnere); con le milizie di Misurata o si trova un accordo o verranno combattute; la sua contrarietà ad un sistema federale.

In un'altra occasione, vista la recente riabilitazione del figlio di Gheddafi, Haftar ha anche dato pubblico riconoscimento a Seif al Islam, qualora volesse recitare un ruolo politico in futuro. Un dettaglio, questo, che qualifica l'appoggio dei gheddafiani alla sua causa. E subito è stato ripagato da una dichiarazione pubblica del figlio del dittatore che ha accusato l'Italia di rigurgiti colonialisti e fascisti.

L'uomo forte di Tripoli (quello che ha dietro il potere delle milizie di Misurata), il Vice del Consiglio Presidenziale, Ahmed Maetig, non avendo gradito un accordo di Serraj con Haftar, ha approfittato dell'assenza di Serraj per gratificare economicamente le milizie che in Sirte. Nell'ambito dell'operazione Bunyan Marsous, avevano combattuto l'ISIS ed altri soldati che avevano combattuto per il controllo dell'aeroporto internazionale di Tripoli contro le milizie di Zintan (alleate di Haftar). Un modo abbastanza chiaro per ribadire la sua autonomia e il sostegno armato di cui gode. Maetig era peraltro contrariato dal fatto che Serraj avesse sottoscritto l'accordo di Parigi senza il coinvolgimento del Consiglio Presidenziale.


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Il capo del Consiglio Presidenziale libico Fayez Al-Serraj


L’accordo di Parigi

Visto alla luce di tutta questa serie di reazioni interne o esterne, l'accordo di Parigi non ha prodotto sinora risultati apprezzabili nella direzione di una riconciliazione nazionale della Libia. Anzi è più evidente il contrario.

I dieci punti della dichiarazione di Parigi, sottoscritta pomposamente dai due contendenti libici ed avallata da un sorridente Macron che inneggiava allo storico coraggio dei due firmatari, rimangono solo una lista di buone intenzioni: la crisi libica si risolve solo con una soluzione politica; impegno a raggiungere una cessazione delle ostilità; l'impegno a ricreare le condizioni di uno stato di diritto nel Paese unificando le istituzioni e garantendo il rispetto dei diritti umani, della sovranità ed integrità territoriale; gli accordi di Skhirat dovranno essere pienamente applicati; il Consiglio Presidenziale ed il Parlamento di Tobruk dovranno avere un ruolo nel dialogo politico; continueranno gli incontri bilaterali; si farà di tutto per creare condizioni favorevoli per le elezioni; si cercherà di integrare i vari combattenti presenti nel Paese nell'ambito dell'Esercito libico (non specificando se si tratta del Libya National Army come pensa Haftar o di quelle truppe che appoggiano Serraj).

A tutto questo poi si è aggiunto l'impegno a combattere il terrorismo (anche se entrambi i contendenti applicano un diverso significato a questa parola) e a combattere il fenomeno dell'immigrazione clandestina (un inciso forse aggiunto per blandire l'irritazione italiana).

Molte parole, tante buone intenzioni, ma niente che possa indicare un salto di qualità nella gestione della crisi libica. Ma forse al neo-Presidente Macron tutto questo interessava marginalmente. Voleva connotarsi e accreditarsi come broker internazionale di prestigio, voleva trovare il suo spazio nella vertenza libica, aveva bisogno di riacquistare la sua credibilità nel mondo militare francese dopo la defenestrazione del capo delle Forze Armate francesi, il Generale Pierre de Villiers.

Ultima considerazione è sul paradosso storico che sia proprio adesso la Francia, che ai tempi di Sarkozy aveva pilotato militarmente la defenestrazione di Gheddafi e quindi innescato il caos sociale libico, ad ergersi a paladina di una riconciliazione nel paese nord-africano. A volte la storia ha la memoria corta.





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