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IL FRANCHISING DEL TERRORISMO ISLAMICO E IL CASO DI ANSAR AL SHARIA

anasar al sharia

Il mondo dell’estremismo islamico è fatto di tante sigle, qualcuna più nota, altre meno, alcune compaiono una volta per poi sparire, altre, invece, si ripetono da paese a paese. Sono nomi evocativi di lotte per il primato dell’Islam, per l’imposizione della sua legge e delle sue regole. Oppure, in linea subordinata, per sventolare la bandiera dei luoghi sacri all’Islam, come Gerusalemme (che in arabo si chiama Al Quds o, in forma poetica, “Beit Al Maqdis”, la casa della santità). Generalmente questi nomi si affermano e si confermano a cavallo di un atto di terrorismo che serve a pubblicizzare ed enfatizzare il loro operato, a diventare importanti e famosi nella galassia estremistica e oltre.

ayman al zawahiri
Ayman al Zawahiri

Al Qaeda Inc.

Ci sono poi anche sigle che vogliono indicare l'affiliazione ad organizzazioni più illustri ed è questo il caso di Al Qaeda, che può adesso contare su “Al Qaeda nella Penisola Arabica” in Yemen, “Al Qaeda nel Maghreb Islamico” in Algeria e Mali, “Al Qaeda nella Penisola del Sinai” in Egitto. Per dirla in termini di marketing: il franchising garantisce la qualità del prodotto.

Ma anche se non figura semanticamente nelle sigle dei gruppi terroristici, Al Qaeda fornisce, di volta in volta e attraverso le dichiarazione del suo attuale capo, Ayman Zawahiri, attestati di legittimità. Anche in questo caso potremmo a lungo disquisire sull’emergente ISIS (Islamic State in Iraq and Syria), inizialmente sponsorizzato dal menzionato Zawahiri (che poi ha spostato il suo appoggio al Jahbat al Nusra che combatte Assad con milizie di ex combattenti in Afghanistan) per sfruttare, in chiave islamico-terroristica, gli spazi operativi che la guerra civile siriana ed irachena concedono.

La realtà che emerge in questo mondo fatto di sigle e proclami indica che talvolta l’unico comune denominatore che lega queste organizzazioni è il terrorismo fine a sé stesso, la lotta armata verso l’empio di turno, sotto la bandiera di un Islam che altro non è che un pretesto per ogni tipo di efferatezza. Un mostro a più teste, molte volte disarticolate e non collegate tra loro, ma che vivono delle stesse connivenze e malesseri sociali, reclutano i quadri negli stessi ambienti, hanno talvolta fonti di finanziamento comuni e condividono personaggi che transumano da una guerra all’altra e da un gruppo all’altro.

Sono questi ultimi l’unica cintura di trasmissione che lega queste organizzazioni, anche se non è stato dimostrato che questo porti a sinergie operative e che quindi, in ultima analisi, esista un’unica mente che li guidi o coordini. Infatti, ancora oggi non è stato dimostrato alcun legame operativo tra “Al Qaeda nel Maghreb” o gli Shabab somali benché siano operativi in aree geografiche limitrofe. E lo stesso si potrebbe dire tra gli Shabab e gli altri gruppi terroristici che operano sull’altra sponda del Mar Rosso come “Al Qaeda nella Penisola Arabica” ed i ribelli huiti dello Yemen.

Una dispersione di motivazioni, di risorse – e questo è un bene perché li indebolisce – ma che, nel contempo, impedisce anche di combatterli efficacemente. Ogni gruppo ha la sua storia, il suo capo, i suoi obiettivi, le sue strutture. Questo, nei fatti, incide negativamente sulla leadership di Al Zawahiri, ma, di contro, fornisce maggiori opportunità di reclutamento e espansione al terrorismo islamico. Al Qaeda agisce oramai solo come etichetta di un prodotto del quale non può più garantire la qualità.

Confinato e nascosto nell’are tribale tra Afghanistan e Pakistan, costretto per motivi di sicurezza a comunicare in modo discontinuo e secretato, Ayman al Zawahiri gestisce quello che enfaticamente viene definito il “Comando Centrale” di Al Qaeda. Ha però forti limitazioni nei movimenti e nei contatti, ma anche soprattutto una limitata conoscenza diretta del mondo della jihad di cui si ritiene leader morale o materiale. Non decide o si esprime mai per cognizione diretta, ma per interposta persona. Ed è una situazione che lentamente sta deteriorando il suo prestigio. Oramai il mondo dell’estremismo e terrorismo islamico cammina da solo, non ha bisogno di tutele, Al Qaeda rappresenta per loro solo il passato. Finché durerà sarà una bandiera comune con la quale proiettarsi in una continuità ideale di intenti e obiettivi.


abu muhammad al maqdisi
Abu Muhammad al Maqdisi

Il caso di Ansar al Sharia

Come abbiamo detto, un nome o una sigla che si afferma nel panorama dell’estremismo islamico scatena una competizione per usare la stessa etichetta. Un approccio che sa molto di marketing o, in alternativa, di violazione del copyright. Sta di fatto, che una sigla diventata improvvisamente popolare nel mondo di fanatismo, la ritrovi riprodotta in comunicati, rivendicazioni, magari anche in posti distanti geograficamente tra loro. Uno dei casi più eclatanti è quello di Ansar al Sharia (“I Partigiani della Sharia”, ovvero della legge islamica) che ha rivendicato atti di terrorismo in Libia, Yemen, Tunisia, Mali, Marocco, Mauritania, Egitto.

Si tratta quindi di un'organizzazione unica ramificata in tutto il Medio Oriente e nord Africa? Allo stato attuale la risposta è no. Un po’ come avviene per Al Qaeda nelle sue varie denominazioni territoriali, Ansar al Sharia è un nome, una sigla, la denominazione di un prodotto. Nel caso specifico, l’attestato della sua qualità è garantito direttamente dall’attuale capo di Al Qaeda Ayman al Zawahiri.

Dietro Ansar al Sharia ci sono la filosofia e le teorie di Abu Mohammed al Maqdisi, di origine giordano-palestinese, intellettuale e scrittore, ora detenuto in Giordania. Al Maqdisi aveva anche ispirato le gesta dell’uomo di Al Qaeda in Iraq subito dopo l’invasione americana, quel Abu Musab al Zarqawi (con cui condivideva la nazionalità giordano-palestinese) poi ucciso dagli americani nel 2006. Una filosofia fatta di lotta contro l’occidente, gli empi, gli apostati; insomma un teorico a tutto tondo della cultura jihadista.

Nel covo di Osama bin Laden a Abbottabad, in Pakistan, sono stati trovati degli scritti nei quali il leader di Al Qaeda suggeriva di utilizzare il nome “sharia” nell'appellativo delle organizzazioni dedite al terrorismo perché rende meglio il significato religioso delle proprie gesta e rivendicazioni. A seguito di questa indicazione, il termine è poi comparso anche in molte rivendicazioni attribuibili alla stessa Al Qaeda. Negli stessi scritti, Bin Laden chiedeva anche un cambio di approccio delle organizzazioni terroristiche: non più integralismo nei confronti delle masse musulmane nell’imposizione di costumi e moralità, ma comprensione e tolleranza. Basta ad azioni armate che uccidono innocenti, il danno collaterale deve essere limitato al massimo.

Le varie Ansar al Sharia che sono apparse nel mondo musulmano hanno fatto propri i dettami di Osama bin Laden, da un lato hanno dato spazio alle teorie estremiste di Al Maqdisi ed alla sua idea di jihad, dall'altra si sono dedicati al proselitismo ed alla islamizzazione della società. Due anime soltanto apparentemente in contrasto e che sono valse ad Ansar al Sharia l'iscrizione nella liste delle organizzazioni terroristiche da parte degli Stati Uniti.

Ansar al Sharia, più di altre, rappresenta soprattutto un nome sotto il cui vessillo vengono oggi portate avanti le istanze generali del fondamentalismo islamico, abbinate agli obiettivi e finalità del paese in cui operano. In riferimento a quest’ultimo aspetto, è di interesse notare come si diversifichino i comportamenti da luogo all'altro, passando dall’omicidio politico all’impegno sociale, dall’attentato al fiancheggiamento dell’attività eversiva. Ansar al Sharia è a volte un organizzazione autonoma e reale, a volte solo un’etichetta, un tipico esempio di un mondo dove tutto ed il contrario di tutto avvengono all'insegna dello stesso nome.