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GAZA, LA STORIA SI RIPETE

gaza strip map

Il dramma della popolazione di Gaza può essere riassunto in pochi dettagli geografici: oltre 1,8 milioni di abitanti, 365 kmq di superficie, una densità di popolazione tra le più alte del mondo (circa 10.000 persone per kmq) ed anche un tasso di crescita demografica tra i più alti del mondo (2,91%). Di questa popolazione, il 70% è iscritta nelle liste dell'ONU come rifugiati.

Questo spiega perché un'invasione israeliana produca molte vittime civili che oggi, a differenza del passato, non hanno possibilità di fuga dal momento che l’Egitto ha chiuso il valico di frontiera di Rafah al transito di rifugiati. Il fatto poi che tra le vittime ci siano soprattutto giovani e bambini è frutto di un altro dato demografico: oltre il 43% della popolazione di Gaza ha meno di 14 anni, un altro 22% ha tra i 14 ed i 24 anni.

Poi ci sono le efferatezze che una guerra si porta dietro, alle quali vanno aggiunte le peculiarità proprie dei due contendenti: Israele interpreta il suo modo di difendersi senza limitazioni all’uso della forza, Hamas cerca attraverso la disperazione generata da una guerra di riconquistare la centralità ed il consenso politico del mondo palestinese.

Al dramma della sopravvivenza fisica si sovrappone, altrettanto rilevante, quello della sopravvivenza economica. Tutta l’economia della Striscia era legata ai traffici provenienti dai tunnel con l’Egitto. Una volta che questi sono stati chiusi dal generale Abdel Fattah al-Sisi, non è stata creata un'alternativa per fare arrivare alla popolazione di Gaza quello di cui necessita. Anche la pesca, una delle pochissime risorse lavorative presenti, era stata già fortemente penalizzata dalle restrizioni israeliane che impediscono alle barche di superare le 4 miglia marine. Anche sul piano economico i dati sono significativi: il 22.5% della popolazione è disoccupata, il 38% vive sotto la soglia di povertà. E chi ha la fortuna di avere un lavoro, come gli oltre 60.000 dipendenti pubblici, non riceve stipendi da mesi. E l’indigenza porta ad altra disperazione.

Una miscela esplosiva

Nelle vicende mediorientali e soprattutto nella questione palestinese molte volte i fatti travalicano le intenzioni ed episodi apparentemente causali innescano reazioni a catena in un contesto sociale altamente esplosivo. Nel caso in questione, tutto è degenerato quando il 12 giugno 2014 sono stati ammazzati tre giovani ebrei nell’area di Hebron. Hamas non c’entrava, ma è stata considerata – strumentalmente da parte di Israele – connivente con l’episodio. A questo atto criminale è seguito un attacco di droni israeliani sulla Striscia il 7 luglio 2014, ai quali è seguito un lancio di razzi di Hamas e via via in un crescendo tutta la situazione è degenerata.

Una storia che si ripete, una lunga striscia di sangue che alimenta rancore e che allontana ancora di più ogni possibile soluzione negoziata. Lo voleva Hamas, ma lo voleva anche Israele che, dopo la rappacificazione tra Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese il 23 aprile 2014, vedeva un pericolo incombere sui negoziati e sulla sicurezza del suo Paese. Un film questo che, con ricorrenze cicliche ,da 60 anni coinvolge le parti in causa: “Operazione Arcobaleno” nel maggio del 2004, “Operazione Giorno di Penitenza” sempre nel 2004, “Operazione Nuvole di Autunno” nel 2006, “Operazione Inverno Caldo” nel 2008, “Operazione Piombo Fuso” nel 2009-2010, ”Operazione Pilastro della Difesa” nel 2012 fino all’attuale “Bordo Protettivo”.

Come sempre avviene, parte della guerra si gioca sul piano mediatico. Basterebbe vedere l’influenza che le immagini da Gaza hanno sull’opinione pubblica mondiale e le reazioni che queste hanno prodotto in tutto il mondo. E anche qui non meraviglia che, dopo aver pubblicizzato e documentato la strage di civili in un quartiere periferico di Gaza, siano stati volutamente sparati da Israele dei colpi di artiglieria contro la sede di Al Jazeera nella Striscia. L'emittente del Qatar è stata etichettata dal Ministro degli Esteri di Tel Aviv, il falco Avigdor Lieberman, come organo ufficiale di Hamas. Il suo collega responsabile del dicastero delle Comunicazioni, Gilad Erdan, intende mettere il canale televisivo in condizioni di non trasmettere (ed anche qui si potrebbe fare un parallelismo con i tre giornalisti di Al Jazeera recentemente condannati in Egitto a pene pesanti per l'accusa di essere collusi coi terroristi e di mettere a rischio la sicurezza nazionale).

E non meravigli nemmeno il fatto che, dopo la decisione da parte dell’Onu di aprire un'inchiesta sui presunti crimini di guerra commessi da Israele ed Hamas, siano state colpite una sede e tre scuole (su 69 operanti) dell’UNWRA, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, causando altre vittime civili. Quasi una sfida israeliana al mondo. E forse, sulla stessa lunghezza d’onda, sono stati sparati razzi sulle autoambulanze della Croce Rossa Internazionale e colpite anche alcune moschee.

Israele non ha ancora capito che, dopo oltre 60 anni di guerre inutili, non è con l’uso spregiudicato e sproporzionato della forza che si risolve la questione palestinese. E che è il sostegno del mondo – Stati Uniti in testa – a garantirgli la sopravvivenza. E’ lecito quindi domandarsi a cosa serva questa nuova guerra se non a perpetrare nel tempo quell’odio che oramai si tramanda da una generazione all’altra, una lunga scia di sangue guidata da logiche primitive di vendette perpetue all'insegna del dente per dente...

Dal lato di Hamas è invece doverso chiedersi perché abbia deciso di confrontarsi militarmente con Israele anziché accedere ad una soluzione negoziata. Una guerra persa in partenza che sicuramente non aiuta una eventuale risoluzione del problema palestinese e che infligge lutti e sofferenze alla popolazione civile.


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Militanti di Hamas

Un calcolo politico

Il calcolo è sicuramente di ordine politico e trova anche origine in alcune circostanze concomitanti: l’isolamento dall’Egitto, il mancato sostegno dei Fratelli Musulmani che oggi stanno subendo una caduta di immagine nel mondo arabo, l’intransigenza di Israele che sicuramente indebolisce il prestigio dell’Autorità Nazionale Palestinese e che fornisce spazi all’opzione radicale di Hamas, il richiamo ad una solidarietà che oggi solo l’Iran e gli Hezbollah libanesi (nonostante recentemente tra le due organizzazioni vi siano state forti divergenze sulle vicende siriane) potrebbero fornire al movimento.

Il conflitto a Gaza avviene anche in un contesto regionale fortemente polarizzato in opposti schieramenti: Egitto e Arabia Saudita contro Hamas, Turchia, Iran e Qatar a sostegno. Perché – ed è questo l’oggetto del contendere – in tutto questo rientrano le vicende della cosiddetta Primavera Araba ed il ruolo che in tali eventi hanno avuto i Fratelli Musulmani. Hamas è notoriamente una costola della Fratellanza. E da tutto questo rivolgimento politico regionale l’unico che ne esce vincitore è l’Egitto. Il ruolo di mediazione intrapreso da al-Sisi ha fatto dimenticare al mondo un colpo di Stato militare cruento e una sequela di persecuzioni ed uccisioni contro gli oppositori, oltre la messa al bando della Fratellanza e della sua ala politica.

Sul fronte iraniano, purtroppo per Hamas, la presidenza di Hassan Rouhani sta tentando di ritagliarsi una legittimazione internazionale attraverso i negoziati sul nucleare e gli Hezbollah sono oggi molto più impegnati nel sostegno militare al regime siriano. Queste circostanze offrono poco spazio ad un fattivo supporto in un conflitto, mentre in altri tempi sarebbe potuta ipotizzare l’apertura di un altro fronte di battaglia sul confine israelo-libanese. Anche nell’ambito dei movimenti terroristici mediorientali, da Al Qaeda in giù, non è arrivato nessun segnale di sostegno ed incoraggiamento. Anzi, in alcuni tweet di fazioni e personaggi jihadisti, Hamas è stata etichettata un governo apostata perché combatte per la libertà e l'indipendenza anziché per Dio. Su questo giudizio negativo pesa il fatto che Hamas goda del sostegno sciita.

Il conflitto con Israele ha avuto ripercussioni anche sul rapporto con l'ANP, costretta a passare dalla critica all'escalation militare – mettendo sullo stesso piano Hamas ed Israele – a tentativi di mediazione ed infine a schierarsi con le popolazioni della Striscia. La stessa Hamas al suo interno vede confrontarsi due anime: quella incline ad una convivenza con Israele (ed è la stessa parte dell’organizzazione che aveva spinto ad una riconciliazione con Abu Mazen) e quella che invece rifiuta ogni compromesso. Ed è quest’ultima che oggi guida le intenzioni e le azioni di Hamas, peraltro in concorrenza con un altro attore interno su posizioni ultra-radicali: la Jihad Islamica.

Hamas ultimamente aveva subito un calo di popolarità all’interno della Striscia. Ora cerca di capitalizzare il consenso che la guerra gli potrebbe procurare con delle richieste negoziali: il rilascio dei prigionieri palestinesi (alcuni erano stati scarcerati in cambio della liberazione di Gilad Shalit nel 2011, ma poi nuovamente arrestati), il ritiro militare israeliano dalla Striscia, la riapertura del confine con l’Egitto, la possibilità di costruire un porto ed un aeroporto nel proprio territorio, l’allargamento delle miglia marine per la pesca sulle proprie coste, la fine dell'embargo su Gaza operante dal 2006, l’eliminazione della zona tampone che Israele, all’interno della Striscia, ha interdetto alla circolazione dei palestinesi.

Fra tutta questa serie di criticità, Hamas cerca la strada del martirio e dell'intransigenza, ma lo fa – ed è l’aspetto più emblematico – imponendo al suo popolo, come detto, lutti e sofferenze. Un martirio quindi calcolato in un perseguito, e per certi versi agghiacciante, scambio tra sconfitta militare e guadagno politico. Dal canto suo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è sicuramente spinto al radicalismo dalla sua compagine di governo. Entrambi schiavi delle proprie logiche e convenienze.

Lezioni per il futuro

Come per tutte le guerre inutili, quelle che poi alla fine non hanno né vincitori né vinti, il campo di battaglia è il vero test per armi e tattiche; tutte esperienze poi da riciclare nella prossima escalation. Se si valuta il conflitto fra Hamas e Israele sotto questo aspetto vengono fuori degli insegnamenti che saranno sicuramente utili alle parti negli scontri prossimi futuri.

Intanto i primi insegnamenti: l’Iron Dome (“Kipat Barzel” in ebraico), il sistema antimissile israeliano, funziona egregiamente ed è statisticamente sull’ordine del 90% di efficacia, il che è un ottimo risultato. Peraltro è in via di approntamento un altro sistema antimissile ancora più sofisticato, il “David's Sling”, che dovrebbe entrare in operatività nel 2015.

Ma da parte israeliana ci sono anche aspetti meno rassicuranti: i tanti tunnel scavati (ne sono stati trovati oltre 30, molti di più di quanto immaginato all’inizio) hanno costretto ad un'invasione di terra per trovarli e distruggerli. Questo significa che non esiste oggi un sistema tecnico per individuarli. Altrettanto preoccupante per Tel Aviv è la grande disponibilità di missili in mano ad Hamas e alla Jihad Islamica. Si parla dell’ordine di 10.000, di cui circa 3000 sparati. Questo significa che nel sistema di intelligence israeliano qualcosa non ha funzionato.

Anche se è pur vero che Hezbollah ha istruito nel tempo Hamas sul come costruire i razzi da sola, ovviamente i materiali, gli esplosivi e gli equipaggiamenti da qualche parte sono entrati nella Striscia. E questo nonostante la recente ostilità da parte dei militari egiziani che hanno cercato di bloccare il contrabbando dal Sinai. L’intercettazione il 5 marzo 2014 di una nave iraniana proveniente dall'Iraq, scalo intermedio in Yemen e diretta verso Port Sudan con razzi a bordo destinati a Gaza (evento reso noto da Israele, ma negato da Teheran) era evidentemente solo la punta dell'iceberg.

Poi ci sono le tattiche: quelle adottate da Hamas, soprattutto dal braccio armato del movimento, la Brigata Izzidin al Qassem, rispecchiano gli addestramenti e le direttive impartite a suo tempo dagli Hezbollah. La costruzione dei tunnel era parte di questa strategia, laddove Israele ha il dominio dell’aria ed Hamas quello del sottosuolo. A tale scopo vi è stata la costituzione all'interno della Brigata di squadre operative, chiamate Morabitoun (“le sentinelle”) per lavorare sottoterra. E, sempre secondo le indicazioni degli Hezbollah, i tunnel si dovevano diversificare a seconda delle loro finalità: quelli economici (come quelli verso l’Egitto), quelli per lo stoccaggio di armi e missili, quelli per la salvaguardia e la protezione dei leader del movimento e per dirigere la guerra da siti protetti, quelli per le operazioni militari e le infiltrazioni in Israele.

Dal canto suo, non è stata soltanto una scelta politica quella che ha fatto fermare l’avanzata israeliana all’interno della Striscia, ma soprattutto di ordine militare. Il combattimento negli abitati implica molte vittime fra i propri soldati ed è un'opzione che Israele non può permettersi. Il vantaggio dei mezzi corazzati non esiste più. Non basta più avere la prevalenza di fuoco e delle armi per vincere. E più distruggi con i bombardamenti, più opportunità difensive offri a chi si nasconde nei centri urbani. E' proprio dagli insegnamenti degli Hezbollah all’utilizzo di armi controcarro all’avvicinarsi dei carri armati israeliani nelle aree urbane che Hamas ha tratto giovamento. Così come dal rinnovato ricorso all’utilizzo di kamikaze. Il ritiro unilaterale non è stato quindi correlato ad un gesto conciliatorio, ma ad una necessità operativa. Anche qui si tratta di una storia già vista in precedenti invasioni, tutte durate giusto il tempo di infliggere perdite all’avversario (33 giorni nel 2006 in Libano, 29 con “Piombo Fuso” del dicembre 2008, ancora meno con “Pilastro della Difesa” nel 2012).


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Brigata Izzidin al Qassem

Bilancio provvisorio

Anche questa guerra tra Hamas e Israele, come le precedenti, finirà con un nulla di fatto. Rimarranno i morti ammazzati su ambo le parti, i feriti, le centinaia di migliaia di persone senza più una casa. Nonostante tutto questo, Israele migliorerà la sua sicurezza interna, ma accumulerà ulteriore odio e sete di vendetta.

Quanti “nemici” ha ammazzato Israele? Le fonti governative di Tel Aviv parlano di circa 900 “terroristi” (ed è forse un dato in eccesso). Sta di fatto che la Brigata Izzidin al Qassem conta una forza di circa 15/20.000 uomini e quindi la sua capacità militare rimane sostanzialmente immutata. Ad essa è affiancata la Brigata Al Quds della Jihad Islamica che conta 1.500/2.000 combattenti. Questo significa che le statistiche ONU, quelle che dicono che circa il 60/70% dei morti in questa guerra sono civili, trovano conferma.

Se l’obiettivo di questa guerra era la distruzione dei tunnel, può darsi che l’operazione militare abbia raggiunto il suo scopo. Ma se invece era quello di eliminare il pericolo derivante dalla capacità militare di Hamas e della Jihad islamica, de-militarizzare la Striscia, questi obiettivi non sono stati raggiunti.

Sul piano internazionale, ogni conflitto non aiuta a migliorare l'immagine di Israele. Le accuse in sede ONU lo quantificano. I rapporti con gli USA si sono particolarmente irrigiditi. Lo dimostra anche l’intercettazione da parte del Mossad del telefonino del Segretario di Stato americano John Kerry durante i suoi tentativi di mediazione. Non è sicuramente attraverso questa breve guerra che si risolverà l’annoso problema palestinese.

Sul fronte opposto, Hamas (affiancata dalla Jihad Islamica) ha inflitto lutti e sofferenze alla popolazione che abita nella Striscia senza ottenere evidenti guadagni pratici. Ha solo reso nuovamente centrale il proprio ruolo nell’ambito della diaspora palestinese, ma è un guadagno che varrà fino a quando i negoziati dell’Autorità Nazionale Palestinese non produrranno risultati. Hamas ha davanti a sé un periodo difficile perché la popolazione è adesso senza elettricità, molte case sono distrutte, fogne e sistemi idrici sono in totale dissesto. E manca il cemento per ricostruire. Tutte circostanze che non potranno essere affrontate senza il soccorso dell’Egitto e gli aiuti internazionali.