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GOLAN: LA POLITICA DEI FATTI COMPIUTI


six day war

La guerra dei sei giorni


Il presidente americano Donald Trump ritiene che la questione palestinese possa essere risolta con un approccio unilaterale, senza mediazioni, ma schierandosi apertamente con Israele. Agisce con iniziative che non tengono conto di quanto sia complessa e articolata la questione dei rapporti mediorientali e va avanti con iniziative legate al fatto compiuto. Lo ha fatto quando ha deciso di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme nel dicembre del 2017; lo ha fatto quando ha cancellato unilateralmente l’accordo sul nucleare iraniano; lo ha fatto ultimamente legittimando l’annessione israeliana delle alture del Golan.

Per il presidente americano pare non abbia peso la storia che sta dietro ad ogni contenzioso territoriale, né le Risoluzioni ONU che, di volta in volta, sia sul Golan, sia sulla questione palestinese sia su Gerusalemme hanno stabilito quel che era giusto o sbagliato. Trump decide unilateralmente, non si consulta con altri attori regionali ad eccezione di Israele o del suo genero di religione ebraica, notoriamente legato alle posizioni ultra-ortodosse, Jared Kushner. Non gli interessa che qualcun altro non sia d’accordo, soprattutto non gli interessa che ci possano essere delle reazioni da parte di coloro che vengono penalizzati dalle sue decisioni. Per Trump la diplomazia non è altro che bullismo relazionale.

La questione del Golan

L’occupazione delle alture del Golan risale alla Guerra dei Sei Giorni del 1967. Nel 1981 Israele ne aveva ufficializzato l’annessione, peraltro mai riconosciuta dalla comunità internazionale. Per sancire la provvisorietà dell’occupazione israeliana, nel 1974 l’Onu aveva creato una missione con relativo contingente militare, la UNDOF (United Nations Desengagement Observer Forces), che servisse a occupare e controllare una zona cuscinetto per evitare scontri tra le forze militari israeliane e quelle siriane. Pur con scarsa capacità impositiva, i contingenti militari delle Nazioni Unite possono intervenire solo per difesa personale, in 35 anni la UNDOF ha comunque evitato che ci fossero scontri troppo violenti tra i due eserciti.

Le violazioni israeliane (sorvoli aerei, incursioni, non rispetto della presenza militare nelle varie zone di interdizione ecc.) sono state sicuramente prevalenti rispetto alle violazioni della controparte; tuttavia la tregua ha tenuto non perché sia stata imposta manu militari dall’Onu (la deterrenza è determinata solo dal fatto che ogni violazione viene acquisita e pubblicizzata in sede internazionale) ma perché le due parti hanno deciso di non esasperare il livello di tensione. Gli oltre mille militari di cui è composta UNDOF non avrebbero comunque alcuna forza coercitiva se scoppiasse un conflitto. Ci si limita a dei posti di osservazione sui due lati del confine, al pattugliamento, al controllo periodico delle postazioni militari dei due eserciti se vengono rispettati i vincoli in armi e personale.

La valenza strategica del Golan

I circa 1.800 kmq del Golan sono delle alture che permettono, a chi le controlla, di esercitare un predominio tattico sul terreno circostante. Dal Golan, sul lato siriano, è possibile un controllo visivo della pianura desertica fino alle porte di Damasco. Dal Golan, sul lato israeliano, è possibile controllare tutto quello che avviene fino al lago di Tiberiade. Nella guerra del 1973 i siriani avevano sfondato il sistema difensivo israeliano ed erano quasi in procinto di arrivare a Tiberiade se nel frattempo non si fossero fermati e permesso poi a Israele di bloccarli con una controffensiva.

Sul monte Hermon, che è parte di un agglomerato montuoso, alto oltre 2000 metri, che divide la Siria dal Libano, la presenza israeliana permette di bloccare eventuali contiguità militari o travasi di forza tra i due paesi arabi, ma soprattutto permette di controllare le sorgenti da cui poi nasce il fiume Giordano, il più grande tributario delle necessità idriche dello stato ebraico.


map israel occupied territories


La valenza politica del Golan

Dal 1973 in poi Israele ha fortificato con postazioni, grotte, trincee tutte le alture del Golan rendendole inespugnabili. A prescindere dalle decisioni politiche internazionali, Israele non può permettersi il lusso di affidare il controllo del Golan ad altri Paesi e soprattutto ad un paese ostile come la Siria, né tantomeno privarsi di questo ridotto difensivo. Sotto questo punto di vista, quindi, le alture non sono, dal punto di vista israeliano, negoziabili.

Detto questo, le alture del Golan, rimanendo il suo controllo un problema di legittimazione internazionale, possono diventare oggetto di scambio negoziale per un assetto definitivo delle questioni territoriali che coinvolgono i confini di Israele con il Libano, la Siria e la correlata questione palestinese.

Cosa implica la decisione americana sul Golan

In pratica, la definizione dello status giuridico delle alture del Golan è importante non perché si ipotizza che un giorno possano ritornare in mano siriana, circostanza remota e ben nota un po' tutte le nazioni regionali o le potenze internazionali. Ma è rilevante solo nel “do ut des” dei vari contenziosi regionali.

Questo è un discorso che vale per il Golan, ma anche per Gerusalemme, dove la questione non è più militare o strategica, ma simbolica e religiosa. Se si estromettono da ogni negoziato queste due questioni e vengono concesse alle pretese israeliane, alle controparti non rimane altro che accettare il fatto compiuto, non potendoci essere un negoziato dove vi siano sul tavolo delle merci di scambio.

La decisione del presidente americano sul Golan è stata resa pubblica nei momenti precedenti le elezioni parlamentari israeliane del 9 aprile 2019. In pratica è stato un gesto mirato a rafforzare il ruolo di Benjamin Netanyahu, che ha poi vinto la tenzone elettorale. Un Netanyahu che dopo 10 anni di primato politico era apparso indebolito da scandali e inchieste giudiziarie. Un Netanyahu arroccato, anche grazie a Trump, su posizioni nazionaliste e oltranziste e che non ha intenzione di negoziare su niente visto il placet americano. Ma c’è di mezzo anche la politica interna americana: legandosi alla lobby ebraica americana Donald Trump mette le basi per la sua riconferma presidenziale.

Più in generale, se Israele ride, gli altri piangono. Piange la Siria che non ha più niente su cui negoziare qualora volesse definire i suoi rapporti con lo stato ebraico. Piange anche la diaspora palestinese che vede la questione di Gerusalemme tolta dai negoziati e che rimane nelle mani di un negoziatore ultra-ortodosso che deciderà sui loro destini senza consultarli o senza poter concedere loro alcun oggetto di scambio. Quindi non ci si può poi lamentare se Hamas e la Jihad palestinese stanno dando inizio ad una nuova stagione di scontri e di intifada da Gaza.


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Benjamin Netanyahu


Le reazioni internazionali

Sotto molti aspetti, gli stravolgimenti della politica estera americana in Medio Oriente rappresentano una novità dagli esiti imprevedibili. Almeno da un punto di vista formale, sembra che vengano alimentate le tensioni sui contenziosi anziché sopirli o risolverli. Probabilmente Trump ritiene che il pericolo dell’espansionismo iraniano, tanto temuto dalle monarchie sunnite del Golfo, possa convincere i Paesi arabi a schierarsi a fianco di Israele accettando anche delle iniziative indigeste come il riconoscimento di Gerusalemme-capitale o l’annessione del Golan siriano.
Ma nel rapporto causa-effetti, le conseguenze di queste iniziative non saranno verificabili in tempi brevi.

Il Medio Oriente è una parte di un mondo in continua evoluzione dove, peraltro, le tensioni si accavallano e si alimentano. Troppi attori e troppi interessi recitano un ruolo nella regione. Non basta che su ogni questione siano gli Stati Uniti a decidere. Non esiste solo il tanto conclamato “diritto” israeliano all’autodifesa, concetto ricorrente nelle tesi di Netanyahu e Trump, ma esistono anche altri diritti che seppur lesi oggi possono alimentare risentimenti e tensioni domani.

Il riconoscimento americano delle alture del Golan come territorio israeliano ha sicuramente suscitato reazioni ostili in molti attori regionali. C’è stato un ovvio rifiuto da parte della Siria in quanto parte lesa. C’è stato una valutazione critica di altri Paesi arabi, ma con reazioni alquanto “deboli”. La Russia ha reso noto che l’iniziativa americana avrà sicuramente un impatto negativo sul processo di pace in Medio Oriente, costituirà una minaccia alla pace regionale ed ha anche stigmatizzato la ricorrente violazione delle decisioni internazionali. Gli Hezbollah, tramite Hassan Nasrallah, hanno sottolineato l’ostilità alla decisione americana come peraltro ribadito dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

I principi lesi e le conseguenze imprevedibili

La decisione americana sul Golan ha sicuramente due ricadute negative: quella di certificare ancora una volta che gli Stati Uniti non tengono nel dovuto conto le decisioni raggiunte in ambito Onu, ma soprattutto viene legittimato il diritto di annessione a seguito di una conquista militare. Se lo stesso principio verrà attuato anche sullo status della Cisgiordania, oggi definita internazionalmente “territorio occupato”, il passo per far diventare quell’area territorio israeliano sarà alquanto breve. E sulla eventuale creazione di uno Stato palestinese ci si può immaginare quali possano essere le conseguenze: diventerebbe una concessione territoriale sotto stretta tutela israeliana. Una soluzione accettabile da una indebolita Autorità Nazionale Palestinese? Sicuramente non dalle frange oltranziste del nazionalismo palestinese.

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