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ISRAELE E LE TECNICHE DI ELIMINAZIONE DEI NEMICI

mossad

Era il 16 aprile 1988. Israele aveva deciso di eliminare il maggior responsabile dell'Intifada palestinese, scoppiata quattro mesi prima. L'obiettivo era Khalil al Wazir, meglio conosciuto con il nome di battaglia di Abu Jihad. Uno dei principali esponenti di Fatah, compagno della prima ora delle battaglie palestinesi al fianco di Yasser Arafat, era considerato a quel tempo il nemico numero uno dello Stato ebraico. Abu Jihad era il primo di una lista di personaggi da eliminare per decapitare l'Intifada. Un commando di 26 uomini sbarcava sulle spiagge nei pressi di Tunisi con un gommone partito da un sottomarino. Il gruppo indossava abiti civili e uniformi della polizia tunisina. Si avvicinava alla villa dove dormiva Abu Jihad in modo furtivo e coordinato, eliminava il guardiano e le guardie del corpo prima di irrompere nella stanza del leader palestinese che faceva fuori con l'ausilio di armi silenziate. Il commando faceva ritorno sulla spiaggia dove era sbarcato, risaliva sui gommoni che facevano poi rientro sul sommergibile. Nel mentre, un aereo sorvolava lo spazio aereo tunisino per disturbare i segnali elettronici e la rete telefonica. Il gruppo faceva rientro alla base senza perdite in un'operazione durata in tutto di mezzora.

4 dicembre 2013. Un motoscafo si accosta sulle spiagge a sud di Beirut. E' quasi mezzanotte e le strade sono vuote. Il commando viene prelevato da una macchina che li attende con un complice. Viene raggiunta l'abitazione di un esponente dell'ala militare degli Hezbollah, Haj Hassan Hilu Al Laqis, uomo molto vicino al leader del movimento sciita Hassan Nasrallah. Lo aspettano sotto casa nel rione di Hadah (periferia sud della capitale libanese) nascosti vicino al parcheggio. La vittima torna a casa con l'auto blindata, ma non si accorge dell'agguato. Viene freddato con 5 colpi sparati alla testa e al collo da pistole con silenziatore. Pochi minuti, nessuno si accorge di niente. Il commando si allontana con la stessa macchina con la quale e' arrivato, torna sulla spiaggia e sparisce.

La storia si ripete

Sono passati 25 anni, ma la tecnica non e' cambiata. Non e' cambiata nemmeno la disinformazione che segue l'assassinio. Una sigla sunnita rivendica l'attentato a Al Laqis dando spazio all'ipotesi che l'omicidio sia frutto della faida in corso tra sunniti e sciiti, diversamente schierati sulle vicende siriane. Lo fa sullo stesso sito su cui, un mese prima, la sedicente "Brigata Abdullah Azzam" aveva rivendicato l'attacco suicida contro l'ambasciata iraniana di Beirut che aveva fatto 23 morti (ed in quell'occasione Nasrallah aveva accusato i sauditi). Ovviamente anche gli israeliani negano il loro coinvolgimento. Lo dichiara ufficialmente il portavoce del Ministero degli Esteri di Tel Aviv, Ygal Palmor. Lo riafferma anche il Ministro degli Affari Strategici ed Intelligence, Yuval Steinitz, ed il Ministro dell'Energia, Silvan Shalom.

In passato, Al Laqis era gia' stato oggetto di almeno 9 tentativi di eliminazione da parte del Mossad. Tentativi peraltro falliti. Il 20 luglio del 2006 un aereo F-16 israeliano aveva sparato dei razzi contro il suo appartamento a Beirut. Ma lui non era li'. Mentre era a Tiro e Sidone, nel sud del Libano, gli era stata intercettata una telefonata al padre dal telefonino, di li' a breve la macchina dove gli israeliani pensavano lui fosse alla guida era stata colpita. Anche in quel caso pochi secondi - quelli che intercorrono tra un'intercettazione ed un attacco dall'aria - avevano permesso all'interessato di uscire dalla vettura. Al Laqis era diventato un simbolo perche' era considerato l'ideatore di quel sistema difensivo che e' costato a Israele la perdita della guerra contro gli Hezbollah nel 2006. Era poi uno stretto collaboratore di Imad Mughnyeh, altro obiettivo e poi vittima della kill list israeliana.

Tutti i tentativi di farlo fuori qualificavano la sua importanza agli occhi degli israeliani. Infatti, tanta attenzione da parte di Israele era giustificata anche dal fatto che Al Laqis fosse dietro il riarmo degli Hezbollah, il contrabbando di armi verso Gaza, lo sviluppo tecnologico degli armamenti dell'organizzazione ed era membro del Consiglio della Jihad, cioe' l'organismo dove si pianificano le operazioni contro Israele. Al Laqis era l'uomo di contatto tra l'Iran ed il movimento sciita, implicato personalmente nella guerra in Siria. La sua uccisione ha costituito un messaggio diretto a Teheran.

Haji Hassan Hilu Al Laqis era anche sulla lista dei ricercati dell'FBI e dei Servizi canadesi perche', negli anni '90, era stato accusato di avere introdotto negli Stati Uniti e in Canada delle cellule clandestine che, con finanziamenti illegali (contraffazione di documenti, false carte di credito ecc.), si erano procurate i soldi per poi comprare equipaggiamenti e tecnologia utile al riarmo degli Hezbollah. Queste unita' avevano anche pianificato attentati contro obiettivi ebraici. Tutti i membri di queste cellule erano stati poi arrestati, ma, anche in quell'occasione, Al Laqis si era salvato all'ultimo momento rinunciando ad un viaggio negli USA. Il 4 dicembre 2014 pero' la sfortuna o l'imprudenza non hanno salvato Al Laqis dal suo destino.


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Haji Hassan Hilu Al Laqis

Da una black list all'altra

La guerra tra Israele ed i suoi nemici non si e' mai fermata. Ed e' un conflitto costellato di morti ammazzati, alcuni noti, altri meno, che ha visto negli anni il Mossad e i reparti speciali dell'Esercito fortemente impegnati.

Di volta in volta, la black list e' cambiata a seconda della priorita' degli obiettivi. In passato erano in cima alla lista i vertici dell'OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), compreso lo stesso Arafat. Poi si e' passati a quelle fazioni palestinesi che piu' si distinguevano nella lotta armata contro Israele. Ultimamente, i primi nomi sono quelli dei capi militari di Hamas a Gaza, quelli della Jihad Islamica, gli scienziati iraniani implicati nel programma nucleare di Teheran ed, infine, gli Hezbollah. L'organizzazione sciita e' oggi considerata il maggior pericolo militare per lo Stato ebraico e questo giustifica la pervicacia con cui Israele persegue l'eliminazione dei suoi vertici.

Le operazioni di eliminazione israeliane hanno assunto configurazioni diverse a seconda dei casi, delle circostanze ambientali e degli obiettivi da colpire.

Per l'eliminazione di scienziati iraniani si sono alternativamente utilizzate bombe magnetiche sulle autovetture (Teheran il 29 novembre 2010 contro Madjed Shariari e, nello stesso giorno, pur fallendo l'obiettivo, verso un altro ingegnere nucleare, Fereidoun Abbassi Davani; 11 gennaio 2012, Mostafa Ahmadi Roshan; il 20 gennaio 2012, Mohammad Esmail Kosari), colpi sparati da moto in corsa (Teheran, luglio 2011 contro Darious Rezaeineja che attendeva il figlio all'uscita della scuola), bombe posizionate su una moto parcheggiata (12 gennaio 2010, Massoud Ali Mohammadi) ed uno scoppio procurato in un deposito di missili (12 novembre 2011, Generale Hassan Tehrani Moghaddam). Questa serie di assassinii dimostra come nella capitale iraniana vi sia o vi fosse in operativita' un gruppo di persone pilotate dai Servizi israeliani.

Se facciamo riferimento ai piu' importanti omicidi mirati eccellenti in campo Hezbollah, possiamo ricordare il 16 febbraio 1992. Abbas al Mussawi, allora leader del Partito di Dio, veniva ucciso nel sud del Libano da un razzo lanciato contro la sua auto da un elicottero Apache dell'Esercito israeliano. Con lui morivano la moglie, un figlio di 5 anni e diversi membri della scorta. Morto Mussawi, il suo posto di leader del movimento fu preso da Hassan Nasrallah, divenuto immediatamente l'obiettivo successivo. Israele tentava di applicare lo stesso sistema sperimentato con il suo predecessore: un razzo sparato da un elicottero Apache contro l'autocolonna in cui viaggiava. Ma sbagliava obiettivo.

Da allora il capo degli Hezbollah e' diventato molto prudente. Compare difficilmente in pubblico, tiene il piu' possibile secretati i suoi movimenti, nelle ultime apparizioni indossa un giubbetto anti-proiettile e ha sempre al seguito la cosiddetta "ballistic blanket" per la protezione contro lo scoppio di ordigni. La sua guardia del corpo e' composta da membri della sua cerchia familiare, si muove con unita' cinofile di protezione e, quelle rare volte che compare in pubblico, lo fa in luoghi dove operano videocamere a circuito chiuso per il controllo della folla. Ma tutte queste precauzioni non hanno mai impedito a Israele di continuare a cercare di ammazzarlo, anche se in questo gioco mortale ha sinora vinto la prudenza di Nasrallah.

Nell'ottobre del 2008 era circolata la voce di un tentativo di avvelenamento - da lui sempre negato - sventato dall'intervento di medici iraniani. Nel 2011 a luglio e ad agosto Israele aveva bombardato con razzi delle localita' di Beirut dove pensava che Nasrallah avesse un incontro con altri esponenti del movimento. Anche in quel caso entrambi i tentativi sono falliti. Ma, intanto, nel novembre 2013, un leader sunnita libanese molto vicino agli Hezbollah, lo Sheykh Saeddin Ghiyyeh, e' stato eliminato dai colpi sparati da uno moto in corsa nella capitale libanese (e qui ricompare la tecnica di eliminazione ricorrente contro gli scienziati iraniani).

Imad Mughniyeh, capo dell'ala militare degli Hezbollah, alla cui cattura si erano dedicati per 20 anni sia gli israeliani che gli americani, e' stato invece freddato a Damasco il 12 febbraio 2008 da un'autobomba mentre passeggiava per le strade della capitale siriana. Mughniyeh era stato fino ad allora un obiettivo difficile da colpire perche' il personaggio era molto prudente. Si era anche sottoposto ad una chirurgia facciale per rendere piu' difficile la sua identificazione. Prima della comparsa sulla scena internazionale del terrorismo di Osama Bin Laden, era il personaggio piu' ricercato dal Mossad e dalla CIA. Sulla sua testa pendeva una taglia americana di 5 milioni di dollari per il suo presunto coinvolgimento nei piu' efferati episodi di terrorismo degli anni '80 e '90: l'attacco contro l'ambasciata americana a Beirut nell'aprile 1983, l'attacco contro il Quartier Generale delle truppe americane e francesi nell'ottobre del 1983, il dirottamento di un aereo della TWA nel 1985, l'uccisione del capo stazione della CIA a Beirut nel 1985, l'attentato contro l'ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992, l'attentato in Khobar (Arabia Saudita) nel 1996. Mughniyeh era stato anche implicato nell'attivita' di sequestro di ostaggi. Come nel caso di Al Laqis, la lunga mano del Mossad, prima o poi, con pazienza, magari anche con fallimenti intermedi, alla fine ha raggiunto il suo obiettivo.

Dall'Iran, a Hezbollah, fino ad Hamas

Ma, come detto, da lungo tempo figurano in cima alla kill list israeliana anche i vertici di Hamas. Yahya Abdul Latif Ayyash, personaggio legato alla costruzione di ordigni per attacchi suicidi, veniva eliminato nel gennaio del 1996 dallo scoppio di un telefonino carico di esplosivo. Glielo aveva dato un parente, a sua volta diventato collaboratore dello Shin Bet israeliano. Intercettata una sua telefonata col padre, il cellulare veniva fatto esplodere a distanza dai Servizi israeliani.

Salaheddin Mustafa Ali Shehada, capo delle Brigate Ezzedin al Qassem, braccio armato del movimento, veniva eliminato nel luglio 2003 da un F-16 che sganciava una bomba sulla palazzina in cui risiedeva. Ahmad al Ghul, anche lui con fama di artificiere delle milizie di Hamas, veniva fatto fuori nell'ottobre 2004 da un razzo del solito elicottero Apache sparato contro la sua auto (e con lui moriva anche un altro esponente dell'ala militare dell'organizzazione, Imad Abbas).

Anche nel caso di Hamas, accanto ai successi dei Servizi israeliani, ci sono anche i fallimenti. Ed e' questo e' il caso del leader dell'organizzazione, Khaled Meshal. I tentativi di eliminarlo sono stati ricorrenti da quando e' stato nominato ai vertici dell'organizzazione nel 1996. Nel settembre del 1997 il primo tentativo di assassinarlo con un commando di 5 agenti del Mossad che, per le strade di Amman, dove erano giunti con la copertura di turisti canadesi, aveva cercato di iniettargli del veleno in un orecchio. I membri del gruppo erano stati in parte arrestati mentre altri erano scappati nella locale sede diplomatica israeliana. Per la liberazione dei propri agenti, Israele fu costretto a consegnare ai giordani l'antidoto per salvare la vita di Meshal. Da allora Khaled Meshal si e' salvato dalla kill list soggiornando prima in Qatar, poi a Damasco e poi trasferendosi, dopo la guerra civile siriana, nuovamente in Qatar. La sua fugace apparizione a Gaza nel dicembre 2012 e' avvenuta alla luce di un evento pubblico a cavallo del 25ennale della fondazione di Hamas, ma non poteva essere colpito essendo circondato da una folla oceanica e dalla presenza anche di delegazioni straniere.

Non sono scampati all'eliminazione da parte degli Israeliani invece il capo storico del movimento, lo Sheykh Ahmed Yassin (marzo 2004, con l'intervento di razzi sparati da 2 elicotteri, il cui avvicinarsi all'obiettivo a Gaza era stato coperto dal volo radente dei jet militari israeliani sulla Striscia) e il suo immediato successore, Abdul Aziz Rantissi (aprile 2004 sempre con la tecnica del razzo sparato da un elicottero e gia' scampato a precedenti tentativi negli anni precedenti).

Un altro leader militare di Hamas, Mahmoud al Mabhouh, l'uomo che procurava gli armamenti all'organizzazione, che manteneva stretti legami con l'Iran e accusato da Israele anche della cattura ed eliminazione di due soldati, ha invece trovato la morte in un hotel di Dubai nel gennaio del 2010 dove e' stato drogato e poi strangolato da agenti del Mossad giunti negli Emirati con falsi passaporti europei. Un team di agenti stazionava in aeroporto per individuare al Mabhouh all'arrivo, un altro gruppo si era poi installato nell'hotel per controllarlo e spiarlo nella stanza, un'ultima unita' era poi arrivata negli Emirati per eliminarlo, cercando poi, un po' maldestramente, di far apparire la morte un incidente (ma uno degli israeliani era rimasto ferito nella colluttazione nel tentativo di iniettargli una droga paralizzante e aveva prodotto prove della presenza del suo DNA).


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Sheykh Ahmed Yassin

La sinergia israeliana

Il Mossad e' uno di quei Servizi che ricorre spesso all'eliminazione fisica dei nemici dello Stato ebraico. La sua capacita' operativa nel settore delle operazioni coperte e clandestine e' considerata molto rilevante. In questo viene coadiuvato anche dalle forze speciali dell'Esercito (che poi vengono impiegate dal Direttorato dell'Intelligence Militare) e quindi spesso, in spirito di sinergia operativa, compaiono nelle operazioni anche le forze speciali del "Syaret Matkal" ("Unita' di ricognizione dello Stato Maggiore") che fanno operazioni ed incursioni oltre le linee del nemico, nell'ambito del contro-terrorismo e della liberazione di ostaggi. Famosa era stata nel 1977 l'operazione per la liberazioni di ostaggi israeliani dopo il dirottamento di un aereo di linea da parte di terroristi palestinesi all'aeroporto di Entebbe in Uganda.

Sulla liceita' di queste operazioni non vale la pena di disquisire perche' in ogni guerra che si combatte nel mondo ci sono sempre dei morti. La guerra delle spie non cambia i termini del problema rispetto ad un combattimento sul terreno di tipo classico. E, comunque, tra quelli che chiamano 'assassinio' l'uccisione di un avversario con un'azione coperta o clandestina, o quelli che invece lo considerano un atto dovuto nella guerra al terrorismo, il risultato non cambia.

Ne vale nemmeno la pena soffermarsi su quanto dichiarato dal giudice americano Abraham David Sofaer, assistente legale dell'allora Segretario di Stato George Schultz negli anni '80, che, oltre a ritenere che gli le uccisioni per autodifesa non fossero assassinii, giustificava anche che nelle operazioni ci potessero essere vittime civili o, come talvolta vengono definiti, "danni collaterali". E' su questo ultimo aspetto che talvolta sorgono perplessita', anche nell'opinione pubblica mondiale, perche' eliminare un nemico puo' avere senso, ma ammazzare nel contempo un figlio o una moglie (come nel caso di Abbas Mussawi) o uno sfortunato che si trova casualmente vicino all'obiettivo da eliminare (come le decine di morti occorsi durante l'eliminazione di Saleheddin Shehada, compresi moglie e figli; altrettanti morti civili in quella dello Skeykh Yassin; il figlio nel caso di Abdul Aziz Rantissi) diventano qualcosa di meno etico o accettabile. E' questo un problema che ricorre spesso nelle incursioni aeree o di elicotteri israeliani a Gaza, come nei raid dei droni americani in Afghanistan o Pakistan. Era un problema che si poneva anche Osama bin Laden quando, sulla base di in un documento trovato nella sua casa di Abbottabad, dibatteva sull'entita' lecita di questi "danni" in relazione agli obiettivi operativi (e la tematica era sorta per le stragi di civili che gli attentati dei talebani in Afghanistan e di Abu Musab al Zarqawi in Iraq producevano).

Conclusioni

Come si e' visto, i modi di eliminazione che usano il Mossad o i reparti speciali dell'Esercito israeliano cambiano a seconda delle opportunita' operative (esistenza di cellule, infiltrati, o fonti), dal contesto ambientale, dalle precauzioni o pericolosita' della vittima predestinata. Un tipo di lavoro difficile dove fa premio solo il risultato finale ed e' quindi anche da considerare nella casistica non solo le volte in cui il personaggio viene eliminato, ma anche tutte quelle volte in cui questo obiettivo fallisce.

E' chiaro che la tecnologia aiuta molto in questo campo, le tecniche diventano sempre piu' raffinate e diversificate; in presenza di una evoluzione tecnica si perfeziona anche l'attivita' di eliminazione. E si riducono i rischi. Infatti le modalita' utilizzate per Abu Jihad e ultimamente per Al Laqis rappresentano comunque un modo professionale di portare a termine delle operazioni, ma altrettanto pericoloso. Si attua solo quando le probabilita' di successo sono molto alte. E questo avviene quando c'e' una rete operativa efficace nel luogo dell'esecuzione. Nel caso di Al Laqis questa struttura c'e' stata, c'e' stato anche il controllo delle comunicazioni, come conferma la recente scoperta da parte delle autorita' libanesi di una rete di spie al soldo del Mossad.

Anche se lo spionaggio umano e' sempre quello che fa premio nelle operazioni clandestine, il futuro del settore lo hanno gia' indicato gli americani con l'utilizzo massivo dei droni in Yemen, Pakistan, Afghanistan e Somalia. Con loro cambia il modo di eliminare e il rischio operativo tende a zero. Non e' quindi un caso che ultimamente Israele abbia utilizzato questi strumenti per intervenire in Sinai contro quei gruppi di terroristi che adesso infestano la penisola.