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LA GIUSTIZIA AI TEMPI DELL'ISIS


abu bakr al baghdadi
Abu Bakr al Baghdadi

Per lo Stato Islamico si riconduce tutto alla Sharia: regole e comportamenti sociali, economia, giustizia, la condotta della guerra. Chi non riconosce la Sharia è automaticamente etichettato come miscredente. Dal punto di vista interpretativo, la legge islamica imposta nel califfato è molto restrittiva e non contestualizzata nell'evoluzione della società moderna. L'interpretazione è dettata dal rigore letterale dei dettami di Maometto e da un'applicazione ancora più restrittiva degli stessi. Quest'ultima circostanza, probabilmente alimentata dal fanatismo degli adepti dell'ISIS, è anche strumentale a diffondere il terrore e ad esercitare il controllo su di un territorio che, stante le ultime sconfitte militari geograficamente più ristretto, è pur sempre sovradimensionato rispetto alla capacità militare del califfo. A farne le spese è soprattutto la giustizia, applicata senza lasciare spazio a forme di tolleranza, misericordia o perdono. Chi sbaglia deve solo pagare e molte volte il prezzo è la vita.

Il codice penale promulgato dall'ISIS nel dicembre 2014 ad Aleppo, ovvero in un periodo in cui gli eventi militari volgevano a favore di Abu Bakr al Baghdadi, elenca tutta una serie di "punizioni coraniche", hudud in arabo, che nel documento vengono abbinate ad un "chiarimento" delle stesse affinché non sopravvengano dubbi su quello che si debbano aspettare i contravventori. Il primo reato compendiato è quello della blasfemia che può essere indirizzato contro l'Islam, il profeta o lo stesso Allah. La pena è solo e comunque la morte. Nell'applicazione della pena si specifica che non ci si salva nemmeno con un eventuale pentimento tardivo.

Per l'adulterio, quello ovviamente femminile perché lo stesso crimine compiuto da un uomo non ha rilevanza penale, la punizione è la morte per lapidazione. Nella circostanza invece che i due adulteri non siano sposati la pena sono cento frustate e sono menzionati sia uomini che donne. Quest'ultima sembra quasi una forma di clemenza, tuttavia è da considerare che generalmente cento frustate portano alla morte della donna, ma danno qualche opportunità di sopravvivenza all'uomo. Viene considerata anche una punizione alternativa come l'esilio. Questo crimine necessita di almeno quattro testimoni.

Se ne potrebbe desumere che il suddetto reato abbia delle caratteristiche paritarie. Tuttavia, eventuali propensioni sessuali di un uomo trovano ampie forme di soddisfacimento nello Stato Islamico. Lo stupro delle donne dei nemici vinti e il commercio pubblico e ufficialmente autorizzato delle schiave lo testimoniano. Analoga opportunità non è concessa alle donne.


omar mateen
Omar Mateen


La sodomia e l'omosessualità sono anch'esse punite con la morte per entrambi i partecipanti all'atto. Dei video divulgati dalla propaganda dell'ISIS hanno mostrato l'uccisione di omosessuali, gettati giù da un palazzo dopo essere stati baciati, gesto che dovrebbe purificare la vittima prima della morte. Seppur siano note le tendenze omofobiche prevalenti nel mondo arabo e musulmano, l'ISIS va oltre e non concede alcuno spazio nel contesto sociale a chi si macchia del "reato" di omosessualità. Viene eliminato e basta. Come è avvenuto il 12 giugno 2016 in un club gay della Florida, dove Omar Mateen, cittadino americano di seconda generazione e di origine pakistana, ha ucciso 49 persone e ne ha ferite altrettante. Un episodio di cui l'ISIS si è subito assunta la paternità.

L'ingiuria e l'assunzione di bevande alcoliche sono invece considerati reati minori retribuiti con 80 frustate. E' da notare come le frustate da comminare non scendano mai sotto le 80, probabilmente perché sarebbe troppo indulgere in un atto di clemenza, e non superino mai le cento, perché tanto varrebbe dare direttamente la condanna a morte.

Per chi ruba, e qui non ci sono novità rispetto a quello che già avviene in altri paesi arabi, c'è il taglio della mano. Il documento non lo specifica, ma in casi di recidività si dovrebbe poi provvedere al taglio di una gamba e poi di un'altra mano, anche se è obiettivamente difficile incorrere in questo reato dopo l'amputazione.

Per il reato di spionaggio a favore dei miscredenti, come se non fosse ipotizzabile a favore di credenti della stessa religione, la pena è ovviamente la morte. Questo è uno dei pochi casi in cui la pena capitale è analoga a quella dai codici penali di guerra dei Paesi occidentali. E l'ISIS è oggi un'organizzazione in guerra.

Un altro crimine religioso come quello dell'apostasia è anch'esso punito con la morte.


justice Isis


Per i vari reati contro il patrimonio e le persone il documento dello Stato Islamico si concede una casistica di pene differenziate a seconda dei casi. Se c'è stato un assassinio ed un furto la pena è la crocifissione. Questa è l'unica volta in cui si specifica come debba morire il condannato. Nel documento pubblicato dall'ISIS il "chiarimento" sulle punizioni islamiche lascia sempre un margine di indeterminatezza sul modo in cui la morte debba essere comminata al condannato. La discrezionalità è probabilmente strumentale a dare alla condanna il dovuto risalto sociale ed a servire come monito alla popolazione. L'equazione crudeltà dell'esecuzione-potere deterrente è sempre ricorrente negli aguzzini dell'ISIS.

Nel caso in cui ci sia stato un omicidio senza furto si applica ancora la pena di morte, senza però fare ricorso alla crocifissione. Il solo furto nell'ambito di un atto di banditismo o di una rapina prevede invece il taglio della mano destra insieme a quello della gamba sinistra come per i ladri recividivi. Se l'atto di banditismo non produce effetti patrimoniali, ma terrorizza solo le persone la pena è l'esilio del bandito. Forse questo è l'unico caso in cui si applica una certa forma di clemenza. E' da rimarcare come il codice penale dell'ISIS non contempli mai il carcere, ma solo punizioni corporali o capitali. Ed è forse per questo che il bandito/rapinatore si salva.

Ogni punizione comminata dal documento dell'ISIS viene associata a dei versetti coranici che ne dovrebbero confermare la liceità religiosa. Una citazione meticolosa anche laddove, come nel caso della lapidazione delle donne, esistono delle perplessità interpretative. Il sistema di giustizia parte da un organismo di vertice, il Consiglio per la Sharia, che vigila affinché venga applicata la legge islamica nei territori del califfato. Sotto la supervisione di questo organismo operano una Commissione per la Sharia e vari mufti. Tuttavia, vi è anche un'interdipendenza con il Consiglio Militare, l'apparato mediatico che, non casualmente, ha diffuso gli hudud da una delle tante piattaforme propagandistiche dell'ISIS, ed il Consiglio per la Sicurezza. Nella pratica, l'aspetto applicativo della religione incide su tutte le attività sociali, economiche, militari e propagandistiche del califfato. E tutto questo trova giustificazione nel fatto che la costruzione di uno stato islamico ha senso giuridico solo se legittima dalla religione. Una giustizia divina che non ammette deroghe.

Se, nella sua generalità, il codice penale dello Stato Islamico può apparire sostanzialmente crudele ed intollerante, non bisogna dimenticare come questo tipo di approccio ricorra anche in altri Paesi dove la giustizia è regolata dalla legge islamica. Il caso più emblematico è quello dell'Arabia Saudita, dove le pene capitali, compreso il taglio della testa, sono un fatto ricorrente. Anche lì vige la Sharia ed anche lì è predominante una visione radicale dell'Islam come il wahabismo. 78 esecuzioni nel 2013, 90 nel 2014, 158 nel 2015 e in circa la metà dei casi hanno colpito degli stranieri. Fa addirittura di meglio l'Iran che nel 2015 ha eseguito 966 condanne a morte.

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