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OMICIDIO KHASHOGGI : GLI ERRORI DEGLI 007


khashoggi

Jamal Khashoggi


Dopo gli avvelenamenti procurati da agenti russi come nel caso recente di Sergej Skripal, le continue operazioni segrete del Mossad per eliminare i vari nemici sparsi per il mondo, la sparizione del capo dell'Interpol in Cina (e non ci addentriamo di più nella casistica dal bulgaro Markov in poi) sorge lecito il dubbio che l'opinione pubblica mondiale possa ancora risultare inorridita da quel che è successo all'interno del consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre.

Nel caso specifico forse colpisce la brutalità ed efferatezza dell'esecuzione. Il fatto di catturare un oppositore o un terrorista e cercare di estradarlo o eliminarlo, è comunque ricorrente in molti Paesi.

Nel caso di Istanbul, i Paesi implicati o giudicanti del misfatto hanno tutti qualcosa da confessare al riguardo: gli Stati Uniti hanno a lungo attuato le cosiddette “extraordinary renditions”, la Turchia è implicata nella sparizione ed eliminazione di dissidenti nonché nella cattura e deportazione occulta di oppositori residenti all’estero (ultimamente dal Kosovo e dalla Moldavia), la stessa Arabia Saudita – da sempre sul banco degli imputati per la questione dei diritti umani – ha già fatto uso in passato della cattura o eliminazione di dissidenti e oppositori all’estero (Nassir al Said sparito a Beirut nel 1979; il principe Sultan al Turki prelevato contro la sua volontà a Ginevra, drogato e deportato in patria nel 2003 dove poi è stato processato; il principe Turki bin Bandar al Saud sparito a Parigi nel 2015 ma probabilmente riportato in patria con l’aiuto dei Servizi marocchini; il dissidente Saud bib Saif al Nasr riportato in patria nel 2015 e poi sparito; la dissidente Loujiain al Hathoul estradata dagli Emirati Arabi Uniti e tuttora in carcere a Riadh).

Le carceri saudite sono tuttora piene di persone che il regime considera contrari al regime.
Ma a parte le considerazioni di ordine etico, se le autorità saudite avevano deciso di eliminare o forse catturare il dissidente Khashoggi, l’operazione doveva essere condotta con modalità più professionali.

Responsabilità

La Presidenza Generale dell’Intelligence del Reame saudita, cioè la struttura che presiede a tutte le operazioni occulte nel campo della sicurezza nazionale, dipende e opera su specifiche indicazioni del Sovrano (vedasi Invisible Dog del dicembre 2017 : “I SERVIZI DI INTELLIGENCE SAUDITI”). Nel caso specifico, vista l’attuale configurazione del potere in Arabia Saudita, chi presiede alle attività inerenti alla sicurezza nazionale è il figlio del sovrano nonché Principe ereditario, Mohammed bin Salman.

Il personaggio infatti non è solo deputato ufficialmente alla riforma dei Servizi di Informazione ma è anche Ministro della Difesa e degli Interni. Ingloba quindi nella sua persona tutto il controllo della comunità di intelligence e della sicurezza. Niente poteva essere fatto senza la sua autorizzazione.

E’ lui quindi, ad aver dato disposizioni per l’eliminazione o cattura di Khashoggi, delegando peraltro le modalità di esecuzione dell’operazione a un suo uomo di fiducia: nel caso specifico Saud al Qahtani, consigliere del Principe ereditario e responsabile delle comunicazioni sui social media.

La Fretta

E’ probabile che la causa principale di un’operazione mal concepita sia stato il poco tempo di preavviso prima dell’arrivo di Khashoggi al consolato saudita di Istanbul: il dissidente aveva visitato la struttura consolare il 28 settembre per ottenere una documentazione e aveva preso o un appuntamento per il 2 ottobre. Da lì, la fretta e la conseguente l’improvvisazione per concepire un piano.

E’ altrettanto probabile che dietro l’urgenza nel concepire l’operazione ci sia stata anche l’espressa volontà del Principe ereditario a fare eliminare il dissidente, ovvero, in linea subordinata, l’interesse prevalente dei suoi subordinati a compiacere il desiderio del Principe.


saudi consulate in istanbul

Il consolato saudita a Istanbul

Il luogo sbagliato

Ogni struttura diplomatica, a qualsiasi paese appartenga, è sempre sotto il controllo del controspionaggio locale. Vengono controllati e registrati ingressi e uscite, monitorate tutte le attività che possono essere di interesse. E’ parte della prassi. Pensare che un’operazione dentro il consolato potesse passare inosservata è indice di dilettantismo.

Molte volte il controspionaggio locale si avvale non solo di telecamere esterne ma anche di altri strumenti tecnici. I più ricorrenti sono microspie inserite nelle pareti della struttura diplomatica o dispositivi esterni che captano le conversazioni all’interno della struttura stessa.

Nel caso specifico il M.I.T. turco è in possesso di queste registrazioni che hanno confermato l’uccisione di Khashoggi. Tali registrazioni sono state condivise con altri Servizi di Informazione (sicuramente la C.I.A., poi inglesi, francesi, tedeschi etc.) ma non possono essere pubblicizzate per due ordini di motivi: sono attività “illecite” dal punto di vista dei rapporti diplomatici e non è nell’interesse di un controspionaggio farne individuare l’origine e la presenza.

Le tracce che non si possono fare sparire

Il giorno prima dell’uccisione di Khashoggi sono arrivati in Istanbul, con due diversi voli privati, 15 uomini riconducibili agli apparati di sicurezza sauditi e anche agli uffici intorno alla Corte reale. I voli aerei lasciano tracce indelebili del loro arrivo/partenza e soprattutto chi viaggia a bordo viene registrato dalle autorità locali. Quindi i nomi completi dei passeggeri sono diventati noti a tutti. Se fossero stati utilizzati voli di linea per fare arrivare i sicari a Istanbul, probabilmente sarebbe stata garantita una maggiore copertura dell’operazione e dei suoi esecutori.

Altro errore madornale è stato quello di utilizzare comunicazioni telefoniche con Ryadh: si è quindi saputo il contenuto delle comunicazioni, le intenzioni dei sicari e soprattutto chi pilotava l’operazione in Arabia Saudita: 4 chiamate sono state fatte con l’ufficio del principe ereditario Mohammed bin Salman, colloquiando con il capo di questo ufficio, Bader al Asaker.

Altra telefonata è stata fatta negli Stati Uniti riconducibile all’utenza dell’ambasciatore saudita in Washington che non casualmente è fratello del principe ereditario ed è colui che in passato aveva contattato Khashoggi per convincerlo a fare rientro in patria. Lo stesso ambasciatore, Khaled bin Salman, è stata la persona che ha consigliato a Khashoggi di contattare il consolato di Istanbul per il disbrigo delle sue pratiche.

Terzo grosso errore: l’eliminazione fisica di una persona lascia sempre traccia nei locali dove avviene. Nonostante alcune pareti del consolato siano state ridipinte, con i sistemi tecnici che oggi esistono niente può essere completamente nascosto. Sono state trovate tracce di sangue (e nella vivisezione del cadavere il sangue era abbondante), oltre che tracce di prodotti chimici che probabilmente sono serviti a fare sciogliere il cadavere.

Se l’uomo doveva essere eliminato, questo doveva avvenire altrove. E’ probabile che i sauditi pensassero di poter usufruire dell’immunità diplomatica della sede consolare per impedire alla polizia turca di accedere ai locali. Il clamore suscitato dalla sparizione di Khashoggi ha costretto le autorità saudite ad aderire a una indagine congiunta con la polizia turca e quindi con l’accesso di quest’ultima nella sede diplomatica.

Cattura o eliminazione?

Le autorità saudite hanno inizialmente cercato di negare l’uccisione di Khashoggi, poi hanno cercato di accreditare la versione che Khashoggi doveva essere rapito e riportato in patria ma che nel corso di una colluttazione era stato ammazzato. La versione più attendibile è che il dissidente saudita doveva essere comunque eliminato se non si fosse dimostrato disponibile a rientrare in patria.

La presenza di un medico forense nel team arrivato dall’Arabia Saudita conferma l’idea che il dissidente dovesse sparire e che l’opzione scelta era quella di sciogliere il cadavere nell’acido reputando – giustamente – che portarlo fuori dal consolato fosse troppo rischioso.

Il personale del consolato (alcuni di nazionalità turca), erano stati invitati a non andare a lavorare il giorno in cui Khashoggi doveva recarvisi. La circostanza non poteva passare inosservata. Quindi una premeditazione su quello che sarebbe poi successo dentro il consolato. E anche il fatto che le telecamere all’interno del consolato siano state manomesse per fare sparire le registrazioni degli eventi conferma indirettamente che l’uccisione non doveva essere visibile. Vi è stato persino il tentativo di utilizzare un sosia per fare accreditare l’idea che Khashoggi avesse lasciato la sede diplomatica da una porta posteriore: sosia poco somigliante; altro tentativo maldestro di depistaggio.


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Maher Abdulaziz al Mutreb


La ricerca di un capro espiatorio

Anche sotto questo aspetto il comportamento delle autorità saudite è apparso inadeguato. La necessità impellente è stata quella di togliere ogni sospetto dalla persona del principe ereditario e indirizzare le colpe verso altre direzioni e persone. Quindi si tratta di un’operazione che è stata condotta al di fuori delle direttive impartite. Da lì l’arresto di 11 persone e la richiesta della procura saudita di applicare la pena di morte per 5 di esse tra cui due nomi eccellenti: il consigliere del Principe ereditario Saud al Qahtani e il vice capo dell’Intelligence, Ahmed al Asiri. Sicuramente nella lista figurerà anche un altro personaggio da tacitare: Maher Abdulaziz al Mutreb, l’uomo della scorta reale che durate l’operazione comunicava direttamente con l’ufficio del principe ereditario e che aveva anche contattato l’ambasciatore saudita a Washington. Un uomo chiave che non potrà più parlare. E forse un altro personaggio da silenziare è il console saudita a Istanbul Al Otaibi, quello che, pur lamentandosi, aveva comunque messo a disposizione degli stessi il suo ufficio e la sua residenza. Un altro membro del team, un tenente dell’aeronautica che ha partecipato all’operazione nei giorni successivi è morto in un incidente d’auto in patria. Altra voce che non parlerà più.

E’ chiara l’intenzione di scaricare su altri le colpe di Mohammed bin Salman con il sacrifico di due suoi stretti collaboratori. Fare quindi prevalere l’ipotesi che due o più suoi stretti collaboratori non abbiano seguito le direttive del Principe.

I processi sauditi non sono pubblici, quindi i cosiddetti “colpevoli” non avranno la possibilità di confutare le accuse. Una volta morti, magari dopo averli costretti a delle confessioni registrate, non sarà più possibile accertare le loro eventuali responsabilità. Che questo possa bastare a salvare il figlio del Re (unico obiettivo attuale della Corte reale nella circostanza) è tutto da verificare.

Un salto di qualità

Anche prima dell'uccisione di Jamal Khashoggi l'Arabia Saudita era un paese dove i diritti umani non avevano mai avuto dimora e dove la pena di morte era ed è merce quotidiana.
Comunque - ed è forse l'unica differenza - dissidi, arresti, torture ed eliminazioni di dissidenti erano esercitati in modo occulto.

La morte truculenta di Khashoggi è invece, sotto questo aspetto, un salto di qualità. Evidentemente l’episodio è da collegare a una situazione interna saudita, probabilmente una lotta senza esclusione di colpi tra diversi poteri e personaggi e dove la vittima designata diventa colui che non condivide una certa gestione del potere.

Ma chi era Khashoggi per costituire un pericolo ed essere oggetto di tale persecuzione ed eliminazione ?

Non era un terrorista, non era un fomentatore di disordini sociali, di intrighi o implicato in un eventuale colpo di stato. Era solo un personaggio un giornalista che, non condividendo e criticando alcune scelte del regime saudita (la guerra in Yemen, le sanzioni al Qatar, l’involuzione del potere), aveva deciso di auto-esiliarsi risiedendo negli Stati Uniti. Era anche accusato di essere vicino al mondo dei Fratelli Musulmani ma comunque, anche in questa circostanza, se confermata, in modo alquanto labile. Era solo e unicamente un simbolo per certificare un dissenso e come tale, per Mohammed bin Salman, che ritiene che nessuno debba osare sfidare o criticare le sue scelte, era un simbolo da eliminare o almeno tacitare.

Sotto questo aspetto è anche probabile che nell’eliminazione brutale di Khashoggi abbiano giocato altri fattori, come il senso di impunità, per cui tante precauzioni non siano state prese per coprire il misfatto e in alternativa o concorrenza l’idea che pubblicizzando l’eliminazione del dissidente si volesse fare sapere ad altri eventuali detrattori del regime che questa era la fine che avrebbero rischiato di fare.


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