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IL LABIRINTO DI INTERESSI E CONTRADDIZIONI IN MEDIO ORIENTE

middle east

Nel Medio Oriente non esistono oggi certezze . E’ una situazione in continua evoluzione che non permette alleanze durature, rendite di posizione, una chiara definizione tra chi è amico e nemico. L’amico di oggi può diventare il nemico di domani o viceversa. Molte volte – ed è il caso più ricorrente - il nemico del mio nemico diventa fatalmente amico, magari solo temporaneamente. Perché anche gli interessi si incrociano e perché non esistono comuni denominatori ideologici ma solo pericoli che accomunano o dividono. A volte, le alleanze, magari, anche se innaturali, trovano così una loro logica.

La causa di tutto questo è sicuramente frutto di quei rivolgimenti sociali che hanno investito negli ultimi due anni il Medio Oriente. Ma dietro molte di queste situazioni c’è anche un’amministrazione americana, unica superpotenza che ancora conta nel mondo, che non ha saputo o voluto recitare un ruolo primario in questa regione, condizionata da un’eredità pesante lasciata sul terreno da George W. Bush e quindi dedicata più a disimpegnarsi dai conflitti locali che non a pilotarne i risultati. Anche considerando il fatto che oggi il petrolio mediorientale è strategicamente meno importante rispetto al passato. L’assenza di una politica forte americana ha poi consentito a tanti attori regionali di poter recitare la propria parte coltivando interessi tattici di parte di scarsamente legati ad una visione strategica.

Le aree di conflitto

Oggi le aree di maggiore conflitto sono la Siria, la presenza dell’ISIS in Iraq, la guerra civile in Libia e l’annosa questione Israele-palestinese. Altri focolai di tensione sono comunque in procinto di saltare agli onori della cronaca, come la questione della stabilità dello Yemen (con il crescente conflitto con gli Houthi), quella del Libano (che lentamente viene contagiato dalla guerra civile siriana) e la precarietà della Giordania che vede accrescere la presenza di estremisti islamici sul proprio territorio.

In una prospettiva di più ampio respiro, si porrà poi la questione curda: dopo il ruolo recitato nella lotta contro l’ISIS (la quale apre domani uno spazio ad una legittimata richiesta di autonomia e/o entità statale) e nella stabilità dello stesso Iraq. Per quanto riguarda il problema nucleare iraniano, questo appare meno urgente, perché sopravanzato da problemi più immanenti e perché oggetto di un negoziato ancora inconcludente, ma sicuramente non è meno importante di quanto non lo fosse nel passato).


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Doha, Qatar

Un labirinto di interessi

E’ interessante, anche per districarsi in questo labirinto di interessi incrociati, individuare di volta in volta chi sta con chi.

Ci sono delle alleanze di fatto che si confrontano sulla questione dei Fratelli Musulmani: Qatar e Turchia li appoggiano; Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti li osteggiano. Il motivo è più di ordine ideologico per l’Arabia Saudita (il wahabismo non contempla un Islam politico come quello della Confraternita). Gli E.A.U. sono da sempre fedeli alleati del vicino saudita e quindi lo supportano in questa diatriba. Al loro fianco anche il Bahrein, un regime sunnita che governa un Paese a maggioranza sciita ma con il sostegno militare saudita e emiratino. Sul versante opposto c’è il Qatar, paese piccolo ma dalle grosse ambizioni e con ampie disponibilità finanziarie che da tempo cerca di competere con la politica egemonica dell’Arabia Saudita in campo sunnita ed ha pensato bene di posizionarsi su un appoggio ai Fratelli Musulmani ed alle frange più radicali che imperversano nella regione (nell’emirato risiede una rappresentanza ufficiale dei talebani afghani). Una scelta di campo motivata dalle crescenti ambizioni del suo emiro, Tamin bin Hamad Al Thani, il quale ha sostituito il padre sul trono nel Giugno del 2013. Uno strumento dell’emiro è l’emittente radiotelevisiva Al Jazeera, la quale viene spesso utilizzata per chiare finalità politiche. La Turchia invece appoggia la Confraternita, poiché l’AKP di Erdogan è nei fatti la branca turca di quel movimento. Inoltre, dato non trascurabile, il neo-presidente turco aveva da tempo impostato una propria politica estera che ricalcava un po’ le ambizioni regionali del disciolto impero ottomano, mirando quindi, in prospettiva, a recitare un ruolo egemonico nella regione. In questo contesto un rapporto privilegiato con Mohammed Morsi in Egitto costituiva l’asse portante di questo disegno strategico. La defenestrazione dei Fratelli Musulmani e la restaurazione del regime militare al Cairo ha nei fatti fatto fallire questo progetto. Quindi, lo schieramento che oggi vede confrontarsi Arabia Saudita e E.A.U. da una parte e Qatar e Turchia dall’altra si ripropone negli stessi termini sull’appoggio o meno al Generale Al Sisi.

Ma anche qui le certezze non esistono. Nelle ultime settimane alcuni vertici dei Fratelli Musulmani residenti a Doha se ne sono andati via dall’emirato. Non è ancora chiaro se dietro c’è un tentativo qatarino di riguadagnare i rapporti con l’Egitto e/o con Al Sisi, o sono subentrate pressioni americane o forse – ipotesi molto più accreditata – anche l’emiro Al Thani si sia reso conto che stare dalla parte dell’estremismo islamico sia un gioco pericoloso.

Ma sempre su questa divaricazione sul sostegno o opposizione ai Fratelli musulmani si è recentemente dipanata la questione di Hamas. Il Qatar ha appoggiato incondizionatamente il citato movimento islamico palestinese ed all’interno dello stesso, quell’ala più radicale che propugna la lotta armata ad oltranza. Il leader politico di Hamas, Khaled Meshal, ospite dell’emiro a Doha, sembra sia stato costretto a rifiutare qualsivoglia tipo di mediazione con Israele pena la sua cacciata dall’emirato. Su questo fronte, il Qatar si trova in compagnia dell’Iran e degli Hezbollah mentre sul lato opposto c’è nuovamente l’Arabia Saudita con il generale Al Sisi e l’Autorità Nazionale Palestinese.

Sul fronte Siriano

Sul fronte della guerra in Siria la competizione tra Qatar e Arabia Saudita si ripropone anche sul sostegno alla ribellione, dove i gruppi più oltranzisti, compreso l’ISIS, godono del finanziamento, seppur occulto, di organizzazioni non governative qatarine, mentre altri gruppi godono di quello saudita. In questo teatro il Kuwait è vicino alle istanze del Qatar e dell'E.A.U. A fianco dei sauditi, per ovvi motivi di sopravvivenza, troviamo anche il Bahrein. Ma qui ci sono anche altri comprimari di peso: l’Iran e la Russia che appoggiano il regime alawita di Bashar Assad; la Turchia che invece appoggia, anche se non in modo molto convincente, l’opposizione armata e talvolta chiude gli occhi sulle frange più radicali che si appoggiano nell’entroterra turco; gli US.A. sostengono l’opposizione armata di ispirazione laica ma mantengono un atteggiamento cauto sul tipo di sostegno da fornire; gli Hezbollah libanesi invece combattono accanto ai lealisti siriani.

Strane alleanze

Sempre per quel naturale effetto domino che lega tra loro le varie vicende mediorientali, il confronto si sposta adesso anche sull’emergenza determinata dalle vittorie militari dell’ISIS nel territorio iracheno. Qatar e Kuwait si mostrano simpatizzanti, in modo comunque dissimulato, verso il califfato; l’Arabia Saudita e gli E.A.U. lo osteggiano; l’Iran è dalla parte del governo iracheno, questa volta in compagnia degli U.S.A.

La convergenza di interessi tra Teheran e Washington è sicuramente un fatto contingente dettato dall’emergenza bellica ma comunque rappresenta un evento emblematico di tutte quelle contraddizioni che si incrociano nella regione. Non è sicuramente la politica che fa cambiare gli eventi ma sono gli eventi che rendono la politica una circostanza marginale.

Ma nella contraddizione di quel che avviene nell’area appare altrettanto innaturale ma reale che gli americani siano oggi dalla stessa parte della barricata del regime siriano ed è altrettanto emblematico che un Qatar che ospita sul proprio territorio la maggiore base militare U.S.A sia poi quel Paese che invece si mostri non ostile alll’ISIS. Ed anche qui si potrebbe disquisire sul fatto che il Qatar è alleato dell’Iran sul sostegno ad Hamas ed agli oppositori siriani, ed è invece sul fronte avverso per quanto riguarda l’ISIS. Al fianco dei curdi, che combattono col sostegno europeo ed americano, si sono affiancati anche le milizie del P.K.K. turco che sono considerati dall’Europa e dagli U.S.A. una formazione terroristica.

E in Libia?

Ma continuando in questo excursus di divaricazioni e contrapposizioni si arriva anche a quel che accade oggi in Libia. I movimenti islamici di quel Paese sono supportati dal Qatar; c’è un generale ribelle, Haftar, che gode dell’appoggio egiziano e americano; ci sono gli E.A.U. che sostengono anche gli interventi aerei egiziani sul territorio libico (e sembra vi abbiano anche partecipato direttamente). Oggi la guerra civile in Libia non è più condizionata da rapporti di forza interni ma dalle ingerenze di chi sostiene le fazioni armate contrapposte.


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Sunniti e sciiti in medioriente

L'unico comune denominatore: l'estremismo

Rimane quindi difficile districarsi in quel labirinto di interessi, ma soprattutto preoccupazioni, che sembrano oggi determinare il ruolo di ogni singolo attore. Sicuramente il problema principale è oggi rappresentato dal terrorismo islamico che trova spazi operativi e connivenze nell’instabilità che si è creata in molti paesi della regione.

Comunque, in tutto questo caos relazionale, non esiste una matrice chiaramente religiosa che contrapponga, in ogni teatro o situazione, gli sciiti ai sunniti: l’Hamas sunnita ha l’appoggio sciita iraniano; i curdi, I quali sono in stragrande maggioranza sunniti, combattono l’ISIS sunnita; i sunniti egiziani e emiratini sparano contro i sunniti libici; gli sciiti Hezbollah sono solidali con Hamas sunnita.

A volte l'unico denominatore comune è l’estremismo puro e semplice che colpisce le minoranze, come avviene oggi in Iraq, da parte dell’ISIS, non solo perché professano religioni o riti diversi (ed è il caso degli yazidi e dei cristiani), ma proprio perché minoranze e quindi rappresentative di una entità etnica diversa come i turcomanni, gli Shebak, i Sabei, che sono musulmani benché al loro interno divisi tra sunniti e sciiti. Ed è anche il caso dei curdi sunniti, contrapposti agli arabi sunniti. Altre volte il denominatore comune è puramente l’estremismo e quindi si contrappone il sunnismo moderato dei curdi all’estremismo sunnita dell’ISIS.

In questo contesto, dove tutti sono contro tutti (una volta quando esisteva l’Unione Sovietica la contrapposizione si verificava solo a livello di superpotenze e questo impediva nei fatti l’insorgere di tanti conflitti regionali), si perde molte volte anche la lucidità nelle scelte di campo. Non esistono ideologie, non esistono presupposti storici; esiste solo quello che apparentemente conviene in quel momento.

Un gioco pericoloso

Anche chi asseconda le frange islamiche più radicali, come è il caso del Qatar, sa che il gioco, al di là di eventuali interessi contingenti, è in prospettiva molto pericoloso. E’ probabile che le iniziative dell’emiro Al Thani siano così spregiudicate perché egli si sente garantito dalla presenza militare americana sul proprio territorio.

La stessa creazione di un califfato postula l’eliminazione dei confini come oggi definiti dopo il periodo coloniale, e quindi anche il Qatar potrebbe trovarsi fagocitato in un impero musulmano guidato da personaggi come Al Baghdadi.

Come si è enunciato, altri focolai di tensione covano sotto le ceneri. Alcuni si sono manifestati, come la odierna fragilità della Giordania, dello Yemen e del Libano. Per altri bisognerà aspettare di vedere cosa succederà in Arabia Saudita, quando il vecchio re Abdallah uscirà di scena; o quel che accadrà in Oman, dove il Sultano Qaboos non ha eredi; oppure se reggerà in Iran la linea moderata di Rouhani; se Erdogan in Turchia riuscirà ad islamizzare maggiormente il Paese senza ulteriori tensioni sociali; se i 40 milioni di curdi che occupano ben 6 stati ( principalmente Irak, Siria, Turchia ed Iran ma anche Armenia e Azerbajan) riusciranno a realizzare il loro sogno di indipendenza. E’ facile profezia prevedere che quel che accade oggi in Medio Oriente è solo il prologo di qualcosa di peggio nel prossimo futuro.