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LIBIA, RICICLAGGIO SOCIALE ED UN ACCORDO DI PACE ALQUANTO IMPOSSIBILE


Abdel Hakim Belhaj
Abdel Hakim Belhaj

Se uno volesse dare un senso a quello che avviene oggi in Libia basterebbe la notizia che Abdel Hakim Belhaj si è seduto ai negoziati che si tengono per decidere il destino del suo Paese. Belhaj è ex un emiro del Gruppo Islamico Combattente Libico, allora noto con il nome di guerra di Abu Abdallah Assadaq durante la lotta contro il regime di Muammar Gheddafi. Con dei trascorsi in Afghanistan negli anni ’80 per combattere contro i sovietici e poi nuovamente nel 2002 assieme ai talebani del Mullah Omar dove ha gestito uno dei tanti campi di addestramento, è insomma uno dei tanti estremisti islamici transumati da una lotta armata all’altra.

Per Abdel Hakim Belhaj c'è stato, nel 2004, un viaggio premio organizzato dalla CIA a seguito del suo arresto in Malesia assieme alla moglie con relativa extraordinary rendition in Libia alla corte di Gheddafi. Era il tempo in cui la Guida Suprema libica si stava riavvicinando all’Occidente e quindi il mandato di cattura internazionale spiccato dalle autorità di Tripoli era stato solertemente eseguito dagli americani. Imprigionato per quasi 7 anni dal regime, Belhaj è stato liberato nel 2010 quando Seif al Islam, figlio del Raìs, aveva intrapreso un percorso di pacificazione nazionale e amnistiato Belhaji ed altri esponenti del Gruppo Combattente Islamico Libico. Dal Belhaj terrorista si era passati al Belhaji pentito con tanto di dichiarazioni pubbliche rilasciate all’emittente Al Jazeera contro la lotta armata.

Quando nel 2011 scoppia la guerra civile in Libia con annesso intervento armato di una coalizione internazionale, ecco ricomparire Abdel Hakim Belhaj, questa volta a capo di una milizia che combatte contro i lealisti di Gheddafi. Le sue azioni militari lo fanno diventare capo del Consiglio Militare di Tripoli. Nel 2012 arriva una nuova evoluzione: Belhaj diventa leader del partito “Watan”, una formazione di ispirazione islamica. Un politico a tutto tondo che si siede al tavolo della riconciliazione nazionale.

Ma non è tutto: c’è anche il Belhaj business man. Prende a Dubai, in leasing, due Airbus A319, li posiziona (per motivi di sicurezza) a Malta e fonda una compagnia aerea, la Libyan Wings, con l'intento di aprire i collegamenti aerei tra Tripoli e Istanbul. E siccome politica e business possono facilmente convivere nella Libia di oggi, Belhaj possiede anche una stazione televisiva, la Al Nabaa Tv. In ultimo, anche se ancora da comprovare, si sospetta che Belhaj sia implicato in presunti traffici d’armi provenienti, via aereo, dalla Turchia.

Le metamorfosi di un personaggio come Belhaj può essere associata all’evoluzione della situazione in Libia , un Paese senza legge, dove tutto e il suo contrario sono possibili. Terrorista islamico, terrorista pentito, capo militare, politico, uomo d’affari più o meno puliti. Abdel Hakim Belhaj è tutto ciò. E tutto questo è potuto avvenire a seguito di quell’intervento armato internazionale che ha portato alla defenestrazione di un dittatore sanguinario come Muammar Gheddafi, ma che ha, nel contempo, messo al centro della vita politico/istituzionale pubblica personaggi come il citato ex emiro del Gruppo Combattente Islamico Libico.


Khalifa Belqasim Haftar
General Khalifa Belqasim Haftar


Tanti piccoli o grandi Belhaj

Del resto la Libia di oggi è piena di Belhaj, ovvero di gente che si ricicla passando da una parte all’altra della commedia sociale.

Come il Generale Khalifa Belqasim Haftar dai trascorsi filo-gheddafiani (aveva partecipato al colpo di Stato del 1969), ma ora Comandante Supremo di quell’esercito che si riconosce nel governo legittimo di Tobruk. Comandante delle forze libiche in Ciad fatto prigioniero dai ciadiani e poi divenuto, immediatamente, comandante di una formazione che combatteva il dittatore. A seguito degli stravolgimenti politici a N’Djamena, quando Hissene Habré ha ceduto il posto a Idriss Deby nel 1990, Haftar è scappato negli Stati Uniti con il sostegno della CIA. Oggi, a fronte del suo ruolo “istituzionale” nelle attuali vicende militari libiche, Haftar coltiva la non tanta celata speranza di essere il Gheddafi del futuro. Una sua dichiarazione del 14 febbraio 2014 in cui intendeva sciogliere il Parlamento e formare un cosiddetto “Comitato Presidenziale” ne è una chiara indicazione. L'iniziativa, poi naufragata, aveva l’appoggio palese egiziano e quello “occulto” della CIA. Dettaglio non trascurabile, il personaggio gode della cittadinanza americana.

Haftar non è solo, ci sono tutta una serie di ex uomini del Raìs che hanno pensato bene di riciclarsi come rivoluzionari. Un esempio su tutti è Mahmoud Jibril, Capo del Consiglio Nazionale della Pianificazione e di altri organismi economici sotto il dittatore e tra i primi a recitare il ruolo di Primo Ministro durante la guerra civile. I suoi stretti legami di amicizia con Saif al Islam Gheddafi, tutt'oggi detenuto a Zintan, non sono stati pregiudiziali al suo riciclaggio politico.

Lo stesso ha fatto Mustafa Abdul Jalil, diventato Presidente del Consiglio di Transizione Nazionale (una carica equivalente a Capo dello Stato) all’inizio della guerra civile. Jalil era stato Ministro della Giustizia sotto Gheddafi; accusato ripetutamente di violazione dei diritti umani sotto la dittatura, al momento giusto è diventato improvvisamente un uomo della rivoluzione.

Altro personaggio eclatante è l’ex Capo dei Servizi Segreti libici (“External Security Service”), Mousa Kousa, il quale ha pensato bene, ad inizio guerra civile, di vendere subito il suo know how sugli apparati militari e di sicurezza libici agli inglesi. Implicato nella eliminazione degli oppositori all’estero, fedele esecutore delle feroce del suo leader, vive oggi tranquillamente in Qatar. Questa volta grazie a inglesi e americani, Servizi compresi.

La salita sul carro del vincitore è stata immane anche per molti quadri intermedi degli organismi di sicurezza e delle Forze Armate libiche.


Bernardino Leon
Former UN envoy in Libya Bernardino Leòn


Non si salva nemmeno l'ONU

Nella recita più parti nella stessa commedia si è inserito a buon titolo anche l’ex inviato ONU per la Libia, lo spagnolo Bernardino Leòn. Mentre negoziava per una soluzione politica tra le parti in guerra nel caos civile libico, si intratteneva in E-mail con il Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Sheykh Abdullah bin Zayed, per assicurarsi l’incarico, a giusta retribuzione, di Direttore Generale dell’Accademia Diplomatica di quel Paese. Sarebbe potuta anche essere una legittima aspirazione fatto salvo un piccolo dettaglio: gli Emirati appoggiano militarmente il governo di Tobruk. E questo ha reso meno imparziale la mediazione ONU nonostante l’arrivo di un nuovo mediatore nella figura del tedesco Martin Kobler.

A parte questo risvolto scarsamente diplomatico, se si misura la volatilità dell’establishment libico si arriva alla conclusione che gli attuali negoziati in corso – ammesso e non concesso che arrivino ad una conclusione positiva – passano comunque per le mani di chi, come Belhaj o chi per lui, ha recitato diversi ruoli nella tragedia libica. Gente che si ricicla secondo la convenienza del momento e quindi, anche quando siede intorno ad un tavolo di negoziato, ha un basso tasso di affidabilità. Ma questo è solo uno degli aspetti per cui una soluzione negoziata della crisi è da ritenersi, alle attuali condizioni, alquanto improbabile.

Siamo in presenza di un paese socialmente e militarmente disintegrato. Ci sono delle milizie che non rispondono a nessuno e che ovviamente non sarebbero consenzienti, se non con la forza, ad accettare una soluzione politica. Anche all’interno di quelle milizie che fanno riferimento ai due governi di Tobruk e Tripoli, oppure quelle tribali che rispondono a logiche di kabila, è difficile che possano accettare supinamente le risultanze di una trattativa che tolga loro autonomia o potere.

Inoltre, vi sono poi quelle che nominalmente sono considerate milizie, ma che in realtà altro non sono che bande criminali che prosperano di traffici illeciti sfruttando il caos sociale. Nella casistica non si possono nemmeno dimenticare le milizie dell’ISIS e di altre formazioni estremiste islamiche, come Ansar al Sharia e il Consiglio Rivoluzionario della Shura di Benghazi. E tanto per non farsi mancare niente, recentemente sono stati segnalati nell'area di Kufra dei ribelli sudanesi del Darfur appartenenti al Sudan Liberation Army affiancati dai miliziani ciadiani di Hissene Habré.

Un quadro complesso

Personaggi come il citato Haftar non accettano di buon grado l'idea di essere demansionati. Al generale non piace non essere più il comandante supremo del cosiddetto Esercito libico a seguito di un accordo e della conseguente creazione di un “Governo di Unità Nazionale”. Non ci si deve quindi meravigliare se al Premier del governo “legittimo” (almeno secondo i riconoscimenti internazionali ) di Tobruk, Abdullah al Thinni, sia stato recentemente impedito di partire per Malta per una conferenza internazionale sulla migrazione da parte degli uomini di Khalifa Belqasim Haftar. Al Thinni non è nuovo a sequestri ed intimidazioni ed è sfuggito già un paio di volte a degli attentati. Anche il suo predecessore, Ali Zeidan, aveva subito un trattamento analogo: rapito con la forza, poi rilasciato e successivamente fuggito in aereo da Tripoli e rifugiatosi in Germania.

Nella Libia di oggi anche un accordo surrettiziamente condiviso e sottoscritto è alquanto difficile che poi venga reso operante. Sono troppe le divergenze, troppi i “riciclaggi” sociali, troppe le ambizioni personali, troppe le fazioni che si combattono, troppi gli interessi correlati e troppe le armi che circolano. Ci sono poi anche gli interessi esterni con l’Egitto che appoggia, insieme agli Emirati Arabi Uniti, il governo di Tobruk mentre Turchia e Qatar sostengono Misurata e Tripoli.

Dal 2012 in poi, quando fu varato nell’euforia e ottimismo di mezzo mondo un Governo di Transizione Nazionale successivamente miseramente fallito, le cose sono molto cambiate: in peggio. Gli ultimi negoziati puntano ad un Governo di Unità Nazionale. Cambia la terminologia, ma non la sostanza. Perché neanche questo sta funzionando. Ora si cerca di reimpostare i negoziati per la Libia attraverso una Conferenza internazionale a Roma sul modello di quella di Vienna per la Siria. L'intento è quello di coinvolgere tutta una serie di Paesi che a diverso titolo potrebbero influire sulla soluzione della crisi libica.

Oggi è soprattutto in predicato l’integrità territoriale del Paese. Pensare che oggi la Libia possa essere rappacificata con un accordo diplomatico e senza l’uso della forza appare alquanto impossibile. In Libia, del resto, sono già molti a pensare che forse e nonostante tutto sotto Gheddafi si stesse meno peggio.

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