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LA “NATO” ISLAMICA: A COSA SERVIRA’?


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L’iniziativa saudita, annunciata il 14 dicembre 2015, di creare una forza militare in quota parte inter-araba, ma in totalità inter-musulmana ed in particolare sunnita, è legata ad una serie di circostanze e lascia ancora aperte molte domande.

La prima circostanza è sul piano interno della monarchia saudita. Dopo l’avvento al trono di Re Salman, la nomina del nipote Mohammed bin Nayef (57 anni) a Principe ereditario ed a Ministro dell’Interno e la contestuale nomina del figlio, Mohammed bin Salman (31 anni ) a Ministro della Difesa e quindi in una posizione di Vice Principe ereditario ha creato uno scompenso in senso al regno. In poco tempo, infatti, l’ambizioso figlio del Re ha accumulato ulteriore potere diventando capo della Corte Reale, ovvero colui che decide l’accesso diretto al sovrano, e Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e dello Sviluppo, che esercita un controllo diretto sulle attività petrolifere della Aramco e sull’utilizzo dei fondi di investimento statali, nonché svolgendo una intensa attività internazionale. Nella pratica, lo strapotere del figlio di Salman rispetto al cugino, oggi indicato come successore del padre, ha creato una situazione conflittuale all’interno della casa reale .

La guerra in Yemen e la creazione di una forza internazionale rientravano in questo tentativo di Mohammed bin Salman, nel suo ruolo di Ministro della Difesa, di guadagnare spazio e potere. Tuttavia, il conflitto yemenita non ha prodotto quella ricaduta positiva che si aspettava soprattutto a fronte della resistenza degli Houthi. Se si considerare che questa coalizione avrà il suo Quartier Generale a Riyadh, la circostanza non farà che enfatizza ulteriormente il ruolo del figlio di Salman che ne assumerà il diretto comando e che potrebbe, in un futuro prossimo, vantare di aver avuto un ruolo diretto nella cosiddetta lotta contro il terrorismo.

Nella lotta di potere interna all’Arabia Saudita bisogna anche considerare che, con l’avvento dei vari nipoti di Abdul Aziz bin Saud nella linea di successione al trono, non è ancora chiaro se gli assetti gerarchici verranno poi rispettati al momento del trapasso dell’attuale regnante.

La coalizione a guida saudita fondata il 14 dicembre 2014 e che riunisce 34 Paesi nasce, per dichiarazione diretta dei proponenti, per combattere il terrorismo, tuttavia deve essere ancora ben declinato il suo significato. Nella dichiarazione del Ministro della Difesa saudita non si fa riferimento solo al terrorismo sunnita, che al momento è rappresentato dall’ISIS di Al Baghdadi, ma si accenna genericamente a contrastare tutti quei gruppi che destabilizzano la regione. Una definizione che lascia aperta la possibilità che, di volta in volta, questa coalizione possa combattere anche altre organizzazioni che a diverso titolo potrebbero essere etichettate, all’occorrenza, come terroriste. Non è un caso che nella coalizione non siano incluse quelle nazioni a maggioranza sciita come l’Iran e l’Iraq o guidate da una setta filo-sciita come gli alawiti in Siria. Nell’alleanza manca anche l’adesione dell’Oman, ma è nota la posizione neutrale dell’anziano Sultano Qaboos.

Tutto questo lascia presupporre che comunque, al di fuori della definizione del pericolo rappresentato dal terrorismo islamico, questa alleanza di Paesi musulmani nasca anche come contraltare alle ingerenze sciite nella regione in quella strisciante guerra per la supremazia che vede l’Arabia Saudita competere contro l’Iran. Il semplice fatto che nella dichiarazione di intenti Mohammed bin Salman abbia voluto sottolineare che la coalizione non abbia connotazioni settarie, dimostra come questa caratterizzazione in chiave sunnita sia invece centrale nel determinare l’impiego futuro di questo nuovo organismo.


saudi army
Soldati sauditi


Anche sotto questo punto di vista c’è quindi l’intento saudita di rafforzare, almeno in ambito sunnita, quel ruolo trainante ed egemonico nella regione che adesso appare in pericolo – o è quantomeno offuscato – dalla crescente influenza iraniana seguita alla firma dell’accordo sul suo programma nucleare e che, nei fatti, ha rimesso Teheran nella cosiddetta legalità internazionale.

E’ altrettanto chiaro come il baricentro operativo di un eventuale intervento di questa coalizione sarà il Medio Oriente o le zone geograficamente ad esso limitrofe. Tradotto in termini pratici, questo significa che molte delle 34 nazioni che hanno aderito alla coalizione lo hanno fatto esclusivamente per poter avere accesso alle elargizioni economiche che la disponibilità finanziaria dell’Arabia Saudita garantisce. E’ il caso della quasi totalità delle nazioni africane (Benin, Isole Comore, Senegal, Sierra Leone, Guinea, Chad, Togo, Costa D’Avorio, Somalia, Mali, Niger, Nigeria, Gabon, Sudan, Mauritania) che nulla hanno a che spartire con le vicende mediorientali. A questo gruppo si possono poi aggiungere anche i Paesi asiatici come Bangladesh, Malesia e Maldive. Non vi è nessun dubbio anche sull’adesione interessata del Pakistan, che tradizionalmente fornisce manovalanza militare a molte nazioni del Golfo.

È di interesse anche notare come a questa alleanza abbia aderito anche l’Autorità Nazionale Palestinese che, oltre ai soldi, ha urgente necessità di trovare sostegno per un processo di pace oramai bloccato dall’intransigenza negoziale israeliana e che rischia così di alimentare il potere delle fazioni radicali della diaspora. L’apporto alla coalizione proveniente dagli emirati del Golfo è da considerarsi, per questioni demografiche, soprattutto di ordine finanziario. Basti pensare all’utilizzo di mercenari a cui hanno fatto ricorso gli Emirati Arabi Uniti (colombiani e australiani) per dare supporto alle operazioni militari saudite in Yemen. Tuttavia, hanno aderito alla coalizione anche due Paesi di peso come l’Egitto e la Turchia.

L’Egitto, con i suoi circa 90 milioni di abitanti, è portatore di un grosso contributo militare all’alleanza ed è da considerarsi importante per il suo supporto alle vicende belliche yemenite, nella quali l’Arabia Saudita sta incontrando diverse difficoltà. Il Cairo è poi centrale nelle vicende libiche per il suo appoggio diretto al governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk, anch’esso parte della coalizione. E’ chiaro che i soldi dei Paesi del Golfo sono stati un forte incentivo per l’adesione dell’Egitto ed è altrettanto evidente come questa alleanza coi sauditi aiuti il Generale Al Sisi a rientrare nel gioco internazionale a pieno titolo dopo il colpo di Stato. Un ultimo elemento è il reale pericolo del terrorismo islamico, fortemente presente nelle vicende egiziane vista la presenza delle milizie associate all’ISIS nel Sinai ed alla concomitante presenza dell’estremismo islamico ai confini con la Libia.

Un altro Paese di spessore aderente alla coalizione è la Turchia. Il Presidente Erdogan non ha mai nascosto l’ambizione di recitare un ruolo egemonico nelle vicende regionali e l’alleanza con l’Arabia Saudita è strumentale a tale obiettivo. E’ un’alleanza che accomuna i due Paesi nella lotta contro il regime alawita siriano e, quindi, indirettamente nel contrastare l’influenza iraniana. E’ una circostanza che ha determinato sinora una grossa ambiguità nella lotta all’ISIS, a lungo indirettamente sostenuto da entrambi i Paesi perché strumentale a far cadere Bashar al Assad. La vicendevole amicizia tra Ankara e Riyadh è un evento recente stanti le insofferenze saudite per l’affiliazione dell’AKP turco con la Fratellanza Musulmana. I due Paesi divergono fortemente nei rapporti con al Sisi, appoggiato dai sauditi e osteggiato dai turchi. Nonostante ciò, sono stati recentemente sottoscritti tra i due Paesi accordi economici per un valore stimato di circa 10 miliardi di dollari.

La comunione di intenti turco-saudita ha portato l’Arabia Saudita, in un reciproco scambio di favori, ad escludere le fazioni curde dal raggruppamento delle fazioni di opposizione al regime siriano da portare attorno al tavolo del negoziato internazionale. E qui si ritorna alla declinazione del termine di terrorismo che per la Turchia non è tanto l’ISIS, ma piuttosto per il PKK endogeno e l’YPG (Unità di Protezione Popolare) siriano.

La presenza della Turchia nella coalizione (definita enfaticamente come “NATO islamica”) crea nei fatti una saldatura tecnica con la vera NATO di cui Ankara è membro. Questo dettaglio potrebbe far prefigurare anche una saldatura e una convergenza operativa tra i due schieramenti come alcuni analisti hanno ipotizzato? Difficile crederlo se non nell’esclusiva presenza di interessi comuni. E non è detto che anche nelle vicende mediorientali tale comunanza di obiettivi e di intenti possa realizzarsi. Quando questo non accadrà sarà interessante verificare dalla parte di quale NATO si schiererà Erdogan.

Nelle dichiarazioni pubbliche di Mohammed bin Salman si fa anche cenno al fatto che ogni intervento militare verrà coordinato con le varie autorità “legali” nazionali (implicito cenno a giustificazione dell’intervento armato in Yemen in appoggio all’estromesso Presidente Abed Rabbo Mansour Hadi) e con la non meglio definita “comunità internazionale”. Occorrerà verificare l’esatto significato di quest’ultimo dettaglio perché nel 2013 l’Arabia Saudita ha rifiutato il seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU giustificando l’iniziativa con la inconsistenza dell’organizzazione in molte vicende internazionali, come la questione palestinese e la guerra civile in Siria (ed indirettamente anche in Yemen).

Sicuramente dietro l’iniziativa saudita non vi è solo una questione di prestigio o di egemonia regionale, ma anche un implicito messaggio agli Stati Uniti, principale alleato di Riyadh, e che sinora ha attuato una politica alquanto controversa nelle vicende mediorientali. Washington è accusato di attuare una strategia non chiara, di avere una tendenza ad evitare un diretto coinvolgimento militare, e di aver sottoscritto un accordo con l’Iran percepito dalla dirigenza saudita come contrario ai propri interessi. Tutto questo significa che l’Arabia Saudita entrerà in collisione con la politica americana nella regione o rinuncerà al suo rapporto bilaterale privilegiato? Sicuramente no, armi, assistenza militare, condivisione di intelligence, logistica fornita dagli americani sono troppo importanti per Riyadh. Tuttavia, la ricerca di una maggiore autonomia e di un asse privilegiato con la Turchia sono un fatto incontrovertibile.

Della nuova coalizione al momento è noto il fatto che il comando operativo (il portavoce militare saudita ha parlato di un “centro di coordinamento”) sarà a Riyadh (l’analogia è con il centro creato da Russia ed Iran a Baghdad), ma non è noto quando il tutto verrà materialmente realizzato, quale sarà il concorso militare delle varie nazioni, se verrà creata una forza di pronto intervento (o in alternativa si provvederà solo al segnalato coordinamento inter-statale), quali meccanismi verranno attuati nelle decisioni e nei susseguenti interventi militari, il livello di discrezionalità di ogni singola nazione, e se questa alleanza comporterà regole e vincoli stringenti come nel caso della NATO. Soprattutto non è chiaro quali saranno le autorità internazionali con cui la coalizione intende coordinare i propri interventi militari. In ultima analisi quale legittimazione internazionale sarà ritenuta sufficiente per intervenire militarmente in un Paese: ONU? Lega Araba? Organizzazione per la Conferenza Islamica? E questi interventi avverranno solo a difesa dei Paesi aderenti o avranno anche caratteristiche offensive in Paesi terzi?

Alcune risposte ai tanti dubbi o incertezze che circondano la nascita di questa “Nato Islamica” potranno arrivare nel tempo. La coalizione interverrà in Siria contro l’ISIS come auspicano gli USA o invece si attiverà per fa cadere il regime di Assad, magari assecondando altre milizie fondamentaliste che combattono Damasco? Interverrà in Iraq, magari per combattere l’ISIS, ma come si comporterà con la sovranità nazionale di Baghdad? Ed altrettanto verrà fatto con l’Afghanistan, che non ha aderito alla coalizione, ma ha i terroristi in casa? E gli Houthi yemeniti sono da considerarsi terroristi come le fazioni curde ostili ad Ankara? Per diretta ammissione pubblica, a specifica domanda il Ministro degli esteri saudita Adel al Jubeir ha risposto che “niente viene escluso”.

Nonostante tutte queste perplessità, gli Stati Uniti hanno espresso apprezzamento per l’iniziativa saudita forse nell’implicita speranza, sinora mai realizzata, che siano le nazioni arabe e/o musulmane a combattere il terrorismo islamico. Ma questo avverrà?


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Un summit del Gulf Cooperation Council


L’Arabia Saudita è già parte di una coalizione politico militare regionale come il Gulf Cooperation Council (GCC) ed è probabile che possano essere mutuate regole ivi già in vigore con la differenza che questo organismo era nato su presupposti di mutua difesa, mentre questa nuova iniziativa ha caratteristiche più “offensive”. Peraltro, in ambito GCC esiste una unificazione delle procedure operative e degli specifici addestramenti che è difficile da poter riproporre nella eterogeneità dei 34 Paesi della nuova alleanza. Già nel marzo 2015, in un vertice della Lega Araba a Sharm el Sheykh, si era discusso della possibilità di creare una forza militare panaraba. A quei tempi sembrava più un’iniziativa legata agli eventi yemeniti. Oggi, invece, questa connotazione si è persa per prenderne una più mirata ad una palese lotta di egemonia tra Arabia Saudita e Iran con l’appoggio di altri paesi musulmani sunniti.

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