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L'ENIGMA AMERICANO PER LA SIRIA

obama syria

Sulla Siria il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva fissato una cosiddetta "red line", una linea rossa che non poteva essere superata e che era costituita dall'eventuale utilizzo di agenti chimici da parte del regime siriano nel combattere la ribellione. Dopo vari distinguo, presunte verifiche, pressioni internazionali e conferme da fonti giornalistiche, questa "red line" sembra essere stata oltrepassata.

La diretta conseguenza di questa circostanza postulava che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti contro Damasco. Ma dalle prime mosse dell'Amministrazione Obama appare invece emergere un atteggiamento alquanto circospetto su quello che gli Usa intendono fare o dare per aiutare le forze ribelli a vincere contro i lealisti di Bashar al Assad.

Esclusa, per questioni tecniche, l'applicazione di una no-fly zone sulla parte settentrionale della Siria, rimangono sul piano operativo solo due altre opzioni: la fornitura di armi ai ribelli e/o il sostegno diretto tramite all'apporto di truppe straniere al fianco della ribellione. L'imposizione di una no-fly zone implicherebbe la previa distruzione del sistema di difesa aerea siriano affinche' non costituisca un pericolo per i voli delle forze coinvolte nel provvedimento. Questo determinerebbe quindi un iniziale bombardamento delle postazioni radar e missilistiche asservite alla specifica difesa, nonche' un danneggiamento del sistema di comando e controllo avversario. Il sostegno diretto ai ribelli ed un loro affiancamento sul terreno, per ovvi motivi pratici, richiederebbe anch'esso il coinvolgimento diretto americano presentando aspetti di pericolosita' molto ampi. Un intervento armato postula inoltre la discesa in campo anche di altri Paesi (e sul mercato non ce ne sono). Quindi , obtorto collo, alla fine e' rimasta sul terreno una sola opzione : dare armi ai ribelli.

La ritrosia americana ad un coinvolgimento diretto contro il regime di Bashar Assad non e' stata determinata dall'opposizione russa ad ogni intervento militare esterno nelle vicende siriane, ma da considerazioni di politica estera americana. Un intervento militare avrebbe smentito le linee di politica estera del Presidente Obama, dedicate ad un'uscita militare da teatri operativi come l'Iraq e l'Afghanistan dove le difficolta' ed i costi sono stati superiori ai guadagni. Nel contempo, un'azione armata avrebbe potuto determinare un risultato finale - come avvenuto poi in Libia - contrario agli interessi americani.

La ritrosia si e' quindi trasformata in prudenza e la prudenza in misure pratiche risibili.

syria bullets

In primo luogo sono emerse grosse difficolta' nel fornire armi ai ribelli perche' non tutti i gruppi che combattono Bashar al Assad sono "affidabili" e quindi idonei ad esser sostenuti dagli americani. Ci sono, infatti, gruppi come il Jabath al Nusra vicini ad Al Qaeda, ci sono fazioni integraliste a diverso livello di pericolosita' sociale ed quindi e' necessario capire, da parte di Washington, a chi conviene dare le armi e a chi no. Il problema di per se' non e' semplice perche' la variegata articolazione delle forze ribelli rende difficile ogni scelta. Inoltre, non e' neanche assicurato che le armi date ad un gruppo "affidabile" non vadano poi nelle disponibilita' di un gruppo "non affidabile". Nell'immaginario americano e' ancora presente quanto successo in Afghanistan, quando gli Stinger consegnati ai Mujahedin per combattere contro i sovietici sono poi finiti nelle mani delle frange terroristiche.

Il secondo problema e' relativo al tipo di armi da dare ai ribelli: diamo ai ribelli armi efficienti, soprattutto sistemi anti-aerei, come il teatro operativo e le esigenze dei ribelli impongono o ci si dobbiamo limitare a forniture di facciata, passando quindi da un supporto pratico ed operativo a un gesto soprattutto politico? E' evidente che se gli americani non sono sicuri di quale fine faranno le armi, si indirizzeranno verso forniture operativamente minimali. In un contesto come il Medio Oriente gia' pieno di armi, alimentare ulteriormente il mercato appare alquanto problematico.

A tutto questo si aggiunge un altro problema da risolvere: sia il regime alawita che i ribelli utilizzano soprattutto armamenti provenienti dall'ex patto di Varsavia (oggi Paesi dell'est) e Russia (ieri Unione Sovietica). Quindi, anche per rendere piu' pratiche le linee di approvvigionamento logistico (ed anche perche' le armi dei lealisti possono essere catturate e poi utilizzate dalla controparte) e' bene che ai ribelli si continuino a dare forniture provenienti da quella parte di mondo. Questo implica che gli Stati Uniti si dovranno approvvigionare sul libero mercato entrando quindi in collisione, non solo politica ma anche pratica, con la Russia.

Infine, nel risiko delle scelte americane si e' adesso frapposto un ultimo ostacolo: la Turchia. Ankara si rifiuta di consentire il transito di armi verso i ribelli. E' una scelta di Recep Tayyip Erdogan che il premier turco ha comunicato telefonicamente a Barack Obama il 19 giugno 2013. Perche' questo repentino cambio di posizione da parte della Turchia dopo aver dato a lungo ospitalita' all'opposizione siriana ed ai relativi comandi militari? I motivi sono di vario ordine e sono tra loro correlati.

In primis, la Turchia e' diventata anch'essa obiettivo di attentati che denotano l'esportazione dell'instabilita' siriana sul proprio territorio (basti pensare all'attentato dell'11 maggio 2013 a Reyhanli con 53 morti). Il transito di armi verso i ribelli e la circolazione di gruppi armati da e verso la Siria non sono certo elementi che possono migliorare la sicurezza del Paese. Al quadro di instabilita' regionale si sono aggiunti e saldati anche questioni interne legate all'arroganza politica di Erdogan e del suo partito islamico. La diatriba tra il premier turco e il mondo occidentale e' stata innescata dalla critiche sull'operato del governo turco nei confronti delle proteste popolari, cosi' come e' stata messa sotto accusa la polizia ed i suoi modi brutali di repressione. Tutto questo non e' stato gradito ed ha creato una divergenza di posizioni, interessi e affinita' tra le autorita' turche e quella parte di mondo che sostiene la ribellione siriana.

Recep Erdogan si e' sentito tradito e abbandonato ed ha, ancora una volta, re-indirizzato la propria politica estera in chiave neo-ottomana: maggiore distanza dal mondo europeo e dalle sue ossessive richieste di tutela dei diritti umani, maggiore attenzione alle problematiche arabe e regionali, perseguimento di una politica piu' equidistante dalla NATO. Anche perche' il casus belli della protesta popolare e' nato dalla volonta' dell'AKP di introdurre misure sociali condizionate dai precetti islamici in una societa' sostanzialmente laica e occidentalizzata. L'allontanamento dall'Occidente marca quindi ancora piu' questa diversita' dai connotati religiosi.

Il premier turco e' anche preoccupato dalle vicende interne della Siria. La riconquista da parte dei lealisti della citta' di Qusayr certifica che il regime di Bashar al Assad e' ben lontano dal collasso militare. La nemesi della ribellione siriana non ha ancora un finale ineludibile. Con l'apertura a Ginevra dei tentativi di mediazione e dei negoziati e' quindi oggi piu' saggio e prudente per la Turchia di mantenere un profilo piu' equidistante sulle questioni siriane. Del resto Erdogan non e' nuovo ad atteggiamenti preclusivi verso gli Stati Uniti. Anche nel 2003 aveva rifiutato agli americani l'apertura di un fronte armato nel nord dell'Iraq.

Quali che siano le motivazioni politiche o pratiche dell'atteggiamento turco, rimane il fatto che oggi Washington ha un ulteriore problema da affrontare: quello di come fare arrivare le armi ai ribelli. Esclusi il Libano e l'Iraq per motivi di ordine pratico, escluso Israele per motivi di ordine politico, l'unica opzione per fare arrivare armi ai siriani e' quella giordana. Ed e' infatti li' che si stanno concentrando gli sforzi americani. Tuttavia, l'afflusso di armi dal sud della Siria penalizza il rifornimento al fronte nord della ribellione che, dopo la caduta di Qusayr, si e' visto precludere le forniture dei sunniti libanesi. In un prossimo futuro in cui si prefigura un combattimento per la supremazia in Aleppo e dintorni (dove sono gia' confluiti nell'area reparti Hezbollah, milizie sciite irachene e Basiji iraniani), l'afflusso di armi dal sud diventa problematico per i rifornimenti dei ribelli.

La Giordania pone pero' diversi problemi logistici. Ha un solo attracco mercantile ad Aqaba (a fronte dei vari porti turchi). Non ha sul proprio territorio basi aeree o infrastrutture logistiche NATO (come invece avviene in Turchia). Quindi, sul piano pratico, e' meno funzionale non solo per la consegna di rifornimenti diretti in Siria, ma anche per l'afflusso di armi dall'estero. Re Abdallah guida una nazione da sempre gravitante nella sfera occidentale. Il suo Paese - privo di risorse significative - vive sistematicamente di aiuti internazionali e quindi l'asservimento agli interessi strategici americani e' un fatto scontato e gradito (perche' foriero di maggiori prebende future).

Non e' un caso infatti che in Giordania fossero gia' presenti campi di addestramento di ribelli siriani con istruttori americani. Gli Stati Uniti, probabilmente per dare almeno un segnale piu' simbolico che pratico di risolutezza, hanno fatto confluire altri 700 militari in Giordania che si sono aggiunti ai 300 che dallo scorso anno soggiornano nel regno hashemita. Lo hanno fatto a cavallo delle esercitazioni congiunte che annualmente si tengono con Amman e che sono state poi interrotte proprio per la gravita' del momento. Insieme al contingente terrestre, sono adesso dislocate in Giordania 2 batterie di missili Patriots (anti-missile) con relativi equipaggi e supporti logistici ed una ventina di aeri caccia F-16, anch'essi venuti per le esercitazioni congiunte e non piu' fatti rientrare.

Nel loro insieme le iniziative militari americane hanno un valore piu' difensivo che offensivo e, se volessiamo valutare meglio il loro impatto, indicano che gli Stati Uniti non sono intenzionati ad intervenire direttamente sul territorio siriano. Piu' che una minaccia per il regime alawita, costituiscono per Damasco una conferma del poter operare risolutamente contro i ribelli, magari dosando con prudenza l'utilizzo degli aggressivi chimici, e niente piu'.

Nel mezzo della diatriba sul se intervenire o no in Siria c'e' anche il problema dei missili S-300 che la Russia intenderebbe consegnare alle autorita' di Damasco. In una dichiarazione pubblica il 20 giugno 2013, il Ministro degli esteri russo Sergey Lavrov avrebbe confermato l'intenzione di dare seguito alla fornitura. Anche questo e' un segnale da parte di Mosca che non intende lasciare agli americani mano libera sulla scacchiera mediorientale.

Direttamente o indirettamente, la questione siriana e' diventata adesso un gioco ad alto contenuto strategico. Una guerra di nervi - tratteggiata da minacce alternate a profferte di mediazione o dialogo - nel tentativo di egemonizzare l'area mediorientale che rimane strategicamente importante finche' le sue risorse petrolifere saranno essenziali. E se nel campo delle minacce vengono a mancare i fondamentali che le rendano credibili, allora si lascia spazio a negoziati nell'apparente obiettivo di trovare una soluzione mediata alla crisi.

bashar al assad
Bashar al Assad

Il "Ginevra 1" nasceva nel giugno 2012 quando un gruppo di sostegno alla Siria (composto da membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e da rappresentanti regionali) formulava l'ipotesi di creare un Governo di transizione nel Paese. Adesso siamo al "Ginevra 2" (una conferenza di cui non e' stata stabilita ancora una data di inizio) e ai colloqui informali durante il summit del G-8 in Irlanda del Nord nel giugno 2013. Ma piu' prende spazio un iter negoziale, anche se probabilmente inconcludente e retorico, piu' si allontana l'ipotesi che nelle vicende siriane gli Stati Uniti o altri attori internazionali possano sentire la necessita' di un coinvolgimento diretto.

Ed allora ecco che nel dibattito interno americano sul a chi dare quali armi e come farle arrivare ai ribelli si utilizzano formule semantiche asservite ad un approccio diplomatico empirico e vago che salvi le apparenze mascherando la riluttanza di Barack Obama ad intervenire in Siria. Oggi i termini del negoziato sono gli stessi di ieri: l'impegno di porre fine alla guerra civile, l'obiettivo di creare un governo di transizione, l'impegno a fornire 1,5 miliardi di dollari in aiuti umanitari, l'obbligo dei partecipanti ai negoziati di rispettare gli accordi raggiunti, la volonta' di cacciare dal Paese terroristi ed estremisti, una forte condanna all'utilizzo di armi chimiche.

Nel mentre Bashar al Assad rimane al potere, le efferatezze della guerra continuano, i "terroristi" e gli "estremisti" (non meglio identificati da che parte della barricata si trovino) continuano a spadroneggiare nel Paese, le armi chimiche - quelle che tutti negano di aver utilizzato - molto presto faranno probabilmente la loro ricomparsa sul terreno.