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L'ODISSEA DI UN  IMMIGRATO CLANDESTINO  (PARTE 1)


Attraversando il deserto

L'Italia ha firmato nel tempo con la Libia di Gheddafi una serie di accordi sull'immigrazione clandestina a partire dall'anno 2000, peraltro, almeno per gli aspetti pratici del contrasto allo specifico fenomeno illegale, con  risultati talvolta nulli, talvolta scarsi, talvolta efficaci (quest'ultimi solo  dopo la firma del Trattato bilaterale di Partenariato- 30 agosto 2008 - il primo respingimento di un barcone di clandestini 6 maggio 2009 - l'inizio del pattugliamento congiunto delle coste libiche - 25 maggio 2009 . Prima e durante questi eventi ci sono stati considerevoli esborsi  da parte italiana ma risultati quasi nulli).

Se da parte libica il problema dell'immigrazione clandestina  ha rappresentato soprattutto una occasione per mercanteggiare - se non ricattare - concessioni politiche e finanziarie non solo con l'Italia ma anche con l'Europa, l'approccio generale alla problematica - almeno da parte italiana in quanto la controparte non aveva specifiche sensibilita' culturali al riguardo -  ha spesso mancato di cogliere l'aspetto sociale del fenomeno e quindi, nella sostanza , ci si e' sempre piu' indirizzati verso misure operative trascurando di contestualizzare una evidente emergenza umanitaria.

In altre parole ci si e' dedicati a contrastare sul terreno il fenomeno e non a capirne l'essenza, le motivazioni e quindi  creare le circostanze che potevano limitarne la portata.

Per capire pero' bene tutto questo bisogna conoscere cosa muove un individuo a lasciare la propria casa e la propria famiglia , spendere i propri risparmi, rischiare la vita nel deserto e nel mare,  affrontare l'imprevisto, soffrire l'emarginazione, subire lo  sfruttamento, sottoporsi a umiliazioni, muoversi in Paesi ostili , in un arco temporale non quantificabile, per un sogno che molte volte si trasforma in tragedia.

Prendiamo ad esempio il tragitto di un clandestino eritreo verso l'Italia e l'Europa, quando il traffico era fiorente sotto il regime di Gheddafi:

- Il primo contatto e'  ad Asmara con agenti delle organizzazioni criminali transnazionali che operano nel settore. Il potenziale clandestino deve attraversare il confine con il Sudan in modo occulto, anche per evitare rappresaglie del regime contro le famiglie. Deve sborsare dai 500 ai 600 dollari;
L'organizzazione fa muovere il clandestino lungo aree non controllate dalla polizia , il piu' delle volte a dorso di cammello e di notte;

- Il confine viene superato nell'area di Kassala e la prima sosta del clandestino e' nei campi profughi della zona ( Sawa ). E' una sosta generalmente breve perche' nei campi pullulano spie di Asmara e c'e' il ragionevole rischio di essere identificati ( e quindi conseguenze per la famiglia che e' rimasta in patria); 

- Il clandestino tende quindi  a trasferirsi in altri campi (Wadi Sharifa) e poi si sposta a Khartoum dove gli e' stato consegnato, fin da Asmara dei numeri di telefono di personaggi dell'organizzazione criminale  che lo dovranno aiutare ad entrare in Libia. Generalmente benche' l'organizzazione criminale sia transnazionale i contatti vengono gestiti, per ogni Paese, da connazionali del clandestino. Il tragitto Kassala- Khartoum avviene generalmente in autobus . Il costo per trasferirsi dal Sudan alla Libia e' sull'ordine di 7/800 dollari. Se il clandestino ha i soldi , i tempi di permanenza a Khartoum saranno brevi altrimenti dovra'  trovarsi un lavoro , ovviamente in nero per raccogliere la somma. Generalmente il clandestino contatta anche le organizzazioni internazionali presenti nella capitale sudanese (soprattutto l'Alto Commissariato per  Rifugiati dell'ONU ) per ottenere lo status di rifugiato. Gli serve per poter accedere ad alcuni sussidi ma soprattutto ad evitare di potere essere cacciato dal Paese. Piu' che cacciato si tratterebbe di pagare la polizia locale per non essere cacciato . Di quel documento che  attesta il suo status di rifugiato se ne disfera' prima di entrare in Libia per non essere identificato ;

- Pagata la somma l'organizzazione criminale predispone il viaggio che il clandestino eritreo fara' insieme ad altre persone che lui non conosce, di altre nazionalita' ma accomunate nella stessa avventura;

- Il trasferimento da Khartoum al confine libico avviene con fuoristrada stracarichi  di clandestini , uomini o donne che siano, talvolta anche minorenni. Un fuoristrada puo' portare a bordo fino a 30 persone. Talvolta , invece di arrivare direttamente al confine comune con la Libia le auto entrano in Egitto e dall'Egitto entrano in Libia lungo rotte desertiche . I fuoristrada partiti da Khartoum scaricano i clandestini al confine e rientrano in Sudan. I clandestini verranno raccolti da altri fuoristrada questa volta gestiti dalla branca libica dell'organizzazione che li portera' fino all'oasi di Kufrah. Se il clandestino non ha piu' soldi dovra' arrangiarsi per la prosecuzione del suo viaggio verso Tripoli. Entra in clandestinita' "operativa" per non essere intercettato dalla polizia libica ed eventualmente arrestato. Altrimenti , se ha ancora 3/400 dollari ricontatta elementi dell'organizzazione criminale per essere trasportato nella capitale libica. Viene nascosto in camioncini di derrate e quindi portato sul tratto costiero. Molte volte il viaggio si ferma sulla costa , a Ajdabiya , dove viene fatto credere loro di essere a Tripoli . il resto del viaggio , in questa circostanza , sara' a suo rischio e pericolo;

- Il clandestino che giunge a Tripoli sa gia' dove recarsi e chi contattare . Ci sono  due o tre aree della periferia della  capitale dove gli eritrei tendono a radunarsi. Il numero di telefono (gli e' stato dato a Khartoum)  e' di un eritreo dell'organizzazione che gestira', ovviamente dietro pagamento , l'eventuale imbarco verso l'Italia.

- Per nascondere il clandestino , il trafficante chiedera' altri 200/250 dollari e cosi' permettera' all'interessato una protezione in luoghi sicuri , per un periodo che generalmente non supera i 15 giorni;

- Adesso , se ci sono altri soldi , il trafficante potra' interessarsi al viaggio del connazionale in barca verso l'Italia. A seconda delle circostanze ambientali (se il regime vuole o no colpire il traffico illegale e quindi cambiano le condizioni di sicurezza) , del tipo di imbarcazione (piu' o meno sicura), dell'oscillazione tra domanda e offerta, dell'urgenza a voler partire, il prezzo del trasporto via mare ha un costo che parte da 1800/2000 dollari per arrivare fino a 3000/3500. Non viene garantito il successo dell'operazione, non viene garantita la sicurezza del natante ne' se il numero dei clandestini a bordo sia adeguato alla sicurezza del viaggio. Chi paga lo fa a scatola chiusa e senza garanzie. Le garanzie le prendono quelli dell'organizzazione :  prima di ogni partenza prendono i soldi, radunano i clandestini in fattorie isolate e gli tolgono i telefonini per evitare di essere intercettati o individuati. Tengono questa umanita' di disperati  all'oscuro di ogni dettaglio del viaggio. Poi , una notte, senza preavviso li portano sulla spiaggia per un imbarco veloce. La partenza e' cosi' assicurata. L'arrivo no.

Questa descritta  e' l'odissea di un immigrato clandestino eritreo fino al momento dello scoppio della guerra civile in Libia. Le cose sono solo leggermente cambiate  quando la Libia, a corrente alterna ha incominciato a cooperare con l'Italia e parte del traffico si e' spostato sull'Egitto. La guerra ha interrotto - ma forse solo sospeso- questa transumanza da Asmara a Tripoli. Le organizzazioni criminali tuttora operanti nella regione hanno iniziato , almeno  ad operare su altre rotte. Quella piu' funzionale - fintanto che gli israeliani non finiranno di costruire un muro sul confine egiziano in Sinai , da Gaza a Eilath.Nel 2010 sono entrati in Israele ,da questa direzione , circa 13500 clandestini (non tutti eritrei) e questo sta costituendo , per lo Stato ebraico, una vera emergenza sociale. Il 2011 e' stato anche peggio dopo la caduta di Mubarak e il conseguente disordine istituzionale in Egitto. Se si chiudera' anche questa rotta e' probabile che se ne apriranno altre. L'opzione in corso riguarda adesso l'ingresso in Grecia (ma  Atene ha fama di essere un Paese fortemente ostile nei riguardi dei clandestini)ed il successivo trafilamento verso l'Italia e/o i Balcani per l'Europa.

L'esodo di eritrei verso l'Europa e' oggi determinato da motivazioni economiche ma anche politiche a fronte delle persecuzioni in atto del regime di Afeworki. Ma come l'Eritrea analoghe situazioni esistono in varie parti dell'Africa. Quindi il business che si alimenta sull'immigrazione clandestina e' tuttora molto florido. Queste organizzazioni transnazionali operano in ogni Paese di interesse - sia di partenza che di transito e arrivo - e godono molte volte di connivenze nelle istituzioni locali per agire indisturbate. Vedasila corruzione della polizia sudanese e/o egiziana, delle guardie di frontiera eritree, della polizia ed esercito libico dei trafficanti di confine che operano nella droga, contrabbando ed ovviamente traffico di esseri umani, dei tuareg del Niger o Mali che si muovono nel deserto, delle bande di delinquenti che taglieggiano nelle stesse aree chi vi transita. Ognuna di queste entita' - a diverso titolo ha tratto e trae beneficio economico  dall'immigrazione clandestina .


attraversando il mare

L'unico dato incontrovertibile riguarda  la vera vittima di questa situazione : il clandestino.

Nella descrizione del viaggio del clandestino eritreo vi e' , fin dall'inizio , la presenza fattiva dell'organizzazione criminale ma in molti casi, soprattutto per ragioni economiche il clandestino si muove in questo esodo biblico da solo per poi magari contattare la criminalita' organizzata solo nell'ultimo tratto (via mare o via terra) del suo viaggio.

E' generalmente il caso dei somali che comunque tendono ad entrare in Sudan dall'Eritrea (via Gibuti) , dall'Etiopia o - quando stazionano gia' nei campi profughi  (il piu' grande e' quello di Dadaab e/o quello di Kakuma ) dal Kenya. Il loro viaggio , in questo caso, e' tra i piu' lunghi e tra i piu' difficili .Altrimenti vengono  radunati a Dhobley (in Somalia), passano il confine, si spostano tra i campi profughi di Ifo e Garissa, sostano nei quartieri a maggior presenza di connazionali in Nairobi . Poi si dirigono a Lokichogio, e da li' raggiungono la capitale del sud del Sudan, Juba  C'e' da percorrere tutto il sud del Paese ( e fino a poco tempo fa c'era la guerra civile) , attraversare il Darfur, arrivare a Khartoum  (la capitale sudanese e' il crocevia principale per il traffico di eritrei, etiopi e somali) o cercare di attraversare il Ciad e poi il Niger per proseguire con mezzi di fortuna verso la Libia. Altri invece , da Nairobi si spostano verso l'Uganda entrando da Malaba o Busia, arrivano a Kampala ma poi convergono anch'essi verso Khartoum. . C'e' una organizzazione che porta i clandestini dal Paese di origine a Khartoum. Qui il clandestino viene preso in consegna dall'organizzazione locale che ne cura il trasferimento in Libia. In questo Paese opera la terza organizzazione che pensa poi all'imbarco. Tutte e tre collegate e coordinate tra loro . A fattor comune la regola principe : il facilitatore e' sempre un connazionale del clandestino.

C'e' poi il caso dei nigeriani, nigerini, ghanesi, burkinabe',  maliani o di altri Paesi dell'area sahelo-sahariana, che seguono rotte diverse per arrivare alle coste del mediterraneo. Non hanno i soldi per pagare una organizzazione che li aiuti e arrivano con i  propri mezzi in Mali e poi Niger.

Si tratta di transumanze che seguono il ciclo delle stagioni : attraversamento del deserto tra ottobre e marzo (quando le condizioni climatiche sono piu' accettabili), attraversamento del mare tra aprile e settembre (per analoghe considerazioni). Purtroppo, nonostante queste precauzioni ,  il deserto libico ed il Mediterraneo sono diventati per molti una tomba . Mancano dati  statistici al riguardo su queste morti silenziose ma viene reputato che su 100 clandestini che intraprendono questo calvario,un 10/20% arriva a destinazione, un 5/10% muore per strada , il resto  rinuncia o si ferma in un paese di transito per confrontarsi con una vita di stenti , dove alla poverta' da cui cercava di scappare , si aggiunge la discriminazione , lo sfruttamento , le estorsioni e le umiliazioni. Si tratta di un viaggio, cadenzato nel tempo , dalle risorse finanziarie che il clandestino , da Paese a Paese, da tappa a tappa riesce ad acquisire con il lavoro nero. Puo' durare anni. Un clandestino che parte dal suo Paese non si pone mai il problema dei rischi che corre per sopravvivere in un deserto o attraversare il mare con una barca fatiscente . Sa solo quello che lascia e questo e' sufficiente ad esorcizzare quello che dovra' affrontare.

I clandestini senza sufficienti mezzi finanziari per pagare i cosidetti "facilitatori"(si tratta nella stragrande maggioranza di quelli  provenienti dai Paesi dell'area sub-sahariana) sono alla merce' dei maggiori soprusi : maltrattamenti continui, rapine, stupri per le donne , fino ad arrivare a forme piu' o meno lunghe di schiavitu'.

Affluiscono lungo la direttrice Tahoua- Agades, si muovono in zone desertiche infestate da banditi e trafficanti   e si avvicinano al confine libico. Lo attraversano presso il valico di Tohumm (aut Tumi ) se entrano dal Niger . Lo attraversano tra l'oasi di Djanet e Tin Alkounse entrano dall'Algeria.  Da qui si dirigono verso l'oasi di Ghat , per poi proseguire su Sebhain direzione della costa ( tragitto che i trafficanti evitano per non confrontarsi con le minacce ed i ricatti delle bande di taglieggiatori   eufemisticamente affiliate ad    Al     Qaida nel Maghreb Islamico) . Altri invece cercano di seguire le rotte utilizzate dai trafficanti ( Kufrah, al  Qatrum se Libia; Jebel Awainat se Egitto);

Ma da Agades possono optareper un percorso alternativo- anche questo ad alto rischio per la diffusione del banditismo -  che li porti a Nouadhibou, sulle coste della Mauritania per poi tentare lo sbarco nelle Canarie . Come  ultima alternativa c'e' poi la rotta che dalla Mauritania porta al Marocco per raggiungere la foresta di Bel Yunes ( e tentare l'ingresso clandestino a Ceuta ) o quella di Mariwari ( e tentare l'ingresso nell'enclave di Melilla). Altrimenti , soprattutto per chi ha piu' soldi c'e' anche un'ultima possibilita' : l'imbarco clandestino su traghetti o barche da pesca che operano tra le due sponde del mediterraneo per raggiungere la Spagna.

Ultima tipologia di clandestini sono poi quelli di origine nordafricana : i tunisini , gli algerini e gli egiziani (si escludono i marocchini che  tendono ad entrare in Europa direttamente dal loro paese attraverso la Spagna e  i libici che , stante il livello alto di benessere della loro societa' a fronte di una densita' anagrafica limitata , non sono presenti nello specifico traffico come attori principali se non come soggetti attivi dell'attivita' illegale).

Gli algerini talvolta tentano direttamente di organizzare viaggi via mare partendo dalle coste di Annaba. In questo caso l'obiettivo da raggiungere non e' Lampedusa ma la Sardegna. Molte altre volte , quando il traffico era fiorente , preferivano raggiungere la Libia. Per quanto riguarda i tunisini e gli egiziani, l'opzione Libia e' sempre stata prevalente. I tunisini entrano in Libia da Ras al Jadir seguendo le piste dei contrabbandieri. Altrettanto fanno gli egiziani da Umm Saad. A differenza dei clandestini provenienti dall'area sub-sahariana , queste comunita' nordafricane arrivano a Tripoli senza problemi in quanto facilitati dalle comuni radici arabe, da regolamentazioni  regionali piu' permissive operanti a loro favore e da uno specifico timore riverenziale che le autorita' libiche hanno sempre  avuto verso Paesi confinari peraltro demograficamente e militarmente piu' importanti. Le ultime statistiche , prima del tracollo del regime di Gheddafi indicavano una presenza di clandestini nel Paese sull'ordine di 2 milioni (su una popolazione complessiva di 6 milioni di autoctoni) di cui quasi oltre un milione di egiziani. Comunque anche il nordafricano aspirante clandestino verso l'Europa per un imbarco doveva contattare e pagare un facilitatore. La grossa differenza tra il clandestino nordafricano e quello sub-sahariano , una volta arrivati in Libia e' il trattamento che viene riservato a quest'ultimo in caso di arresto.


il centro di detenzione di Misratah

Ai tempi di Gheddafi operavano 25 strutture  come centri di detenzione e identificazione dei clandestini. I piu' noti : Misurata, Zawiya, Janzur, Kufrah, Sabratha, Ganfuda,  Al Fellah, Ajdabiya , Khoms , Jawazat , Garabulli, Zleitan , Zuwarah, Sorman, Hun , Twisha, Benkheshir , Gurji, Bani Walid .Tutti erano sotto la sorveglianza della polizia , tutti (salvo Misurata) erano  senza strutture sanitarie all'interno. Alcuni di essi molto grossi ( Misurata e Kufrah con circa 800/1000 detenuti) , altri meno capienti come stazioni o caserme  di polizia. Quello di Twishaserviva come punto di partenza per il rimpatrio forzato via aereo. In Misurata venivano raccolti soprattutto gli eritrei. Nella generalita' dei casi erano strutture sovraffollate . Nel 2009 i clandestini detenuti erano circa 18/20.000. 

Generalmente gli uomini erano separati dalle donne ed i figli minori erano mantenuti nelle celle della madre Non esisteva una regolamentazione sulla durata dei termini di detenzione. Ne' si veniva portati davanti a un giudice che ne comminasse la pena. La polizia arrestava, la polizia liberava in arbitrio assoluto. Si usciva dal carcere se si corrompeva una guardia carceraria o un poliziotto (ed in tal caso il detenuto liberato era subito sostituito numericamente e con gli stessi dati anagrafici da un altro clandestino catturato), se l'individuo veniva "prestato" per lavori in nero a committenti libici, se le condizioni di salute erano talmente precarie da costituire problema nella gestione della detenzione .

Abusi, maltrattamenti ,stupri , pestaggi  erano merce quotidiana soprattutto in quelle strutture lontane da Tripoli e quindi fuori da ogni possibile risonanza internazionale. Nessun funzionario di organismi internazionali  - tra quei pochi che avevano limitato accesso ai centri di detenzione ( U.N.H.C.R., O.I.M., C.I.R.. International Organization for Peace and Development ) poteva liberamente documentare eventuali abusi se non con la certezza di essere espulsi il giorno dopo. Quindi assenza di controlli e/o omerta' assoluta anche a livello internazionale. In teoria  il centro di identificazione doveva servire ad identificare la nazionalita' del detenuto e programmarne il rimpatrio. Nella realta' le espulsioni avvenivano, soprattutto in presenza di picchi di sovraffollamento,  su decisione unilaterale libica e non in virtu' di accordi bilaterali tra Stati. Anche le modalita' di espulsione variavano da nazionalita' a nazionalita' :

Voli charter per ghanesi , nigeriani e marocchini;
Traduzione forzata di clandestini verso i confini comuni per algerini, tunisini e egiziani (per quest'ultimi si sono verificati nel tempo anche casi di decesso per disidratazione e soffocamento perche' stipati dentro container  e lasciati ore sotto il sole;
Somali e eritrei radunati a Kufrah  e poi devoluti al lavoro nero locale ( essendo cittadini di paesi che non contemplavano il rimpatrio. Nel caso eritreo , alcuni tentativi di rimpatrio forzato avevano scatenato rivolte nei carceri e proteste internazionali);
I clandestini appartenenti ai Paesi del sahel (Niger , Mali, Burkina Faso) venivano invece estradati forzatamente nel deserto , minacciati di ritorsione nel caso fossero tornati indietro e li' abbandonati.

Questa tipologia di sorte e' stata applicata indiscriminatamente anche a quei clandestini - di cui le autorita' italiane non hanno mai voluto accertare la nazionalita' ne conoscerne a posteriori il destino-  che dal maggio 2009 , intercettati in mare , sono stati di volta in volta restituiti alle autorita' libiche .

Sui rimpatri forzati poi sono fioriti anche commerci collaterali da parte di personaggi vari . Un ambasciatore somalo a Tripoli, designato ai tempi di Abdullahi Yusuf negoziava il riscatto dei propri connazionali , in collusione con i direttori dei carceri, facendosi mandare soldi dai familiari in Somalia e quindi provvedere a liberare il familiare (tariffa : 800/1000 $).

Il console nigeriano , dietro compenso , certificava ( e quindi ne determinava l'espulsione) o non certificava la nazionalita' di un proprio connazionale secondo un proprio tariffario (da tenere conto al riguardo che i clandestini, proprio per evitare l'espulsione sono senza documenti di identificazione e tendono a dichiarare false generalita' e nazionalita'. Talvolta parlano lingue che non sono conosciute da coloro che li interrogano. Il risultato era una registrazione dei detenuti approssimata ).

In alcuni casi gli abusi ai clandestini sono stati perpetrati anche dai trafficanti che ne dovevano favorire l'espatrio : i clandestini venivano portati sulla spiaggia ed improvvisamente compariva la polizia ad arrestarli. Guadagno doppio per il trafficante che non aveva bisogno nemmeno di reperire o pagare un natante.

Quei clandestini reperiti sul mercato nero per lavori di fatica molte volte non venivano pagati dal committente libico che minacciava , al termine della prestazione lavorativa ,di farli arrestare. Comunque , su questa manovalanza a basso prezzo ( o costo zero) si sono costituite in Libia anche realta' economiche parallele.

(fine della prima parte)