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LE OPZIONI SULLA SIRIA

bashar al assad
Il presidente Siriano Bashar al-Assad

Le strade che potevano essere percorse nel condizionare e/o interferire nelle vicende siriane erano  essenzialmente due :

Opzione 1 : Un intervento militare  – sul modello libico – a diretto sostegno delle forze di opposizione (sostegno diretto) ;

Opzione 2 : Un sostegno delle milizie di ribelli con forniture di armi, sostegno addestrativo e finanziario senza interventi diretti (sostegno indiretto).

Per quanto riguarda la prima opzione, ultimamente il Segretario di Stato USA, con il velato sostegno turco, ha rilanciato l'idea dell'imposizione di una no-fly zone sui cieli siriani. Una scelta che implicherebbe, per essere resa operante senza eccessivi rischi, la distruzione del sistema di comando e controllo siriano e della sua difesa contraerea. Quindi una iniziativa difficile da attuare, pericolosa sul piano pratico e facilmente sostituibile, come nei fatti avvenuto, con un maggior intervento della C.I.A. a favore dei ribelli.

Comunque l'ostilita' della Russia (con supporto cinese) nell'ostacolare la prima opzione ha determinato conseguentemente una convergenza internazionale sulla seconda. La prima opzione, ad onor del vero, non e' stata scartata solo per assecondare le mire russe a sostenere acriticamente il regime siriano, unico alleato storico di Mosca nella regione, maggiore cliente di armamenti e soprattutto concessore della base militare di Tartous alla flotta russa. Vi erano anche altre perplessita' da parte delle potenze occidentali: la paura di una maggiore destabilizzazione della regione, il problema nucleare iraniano (che sarebbe passato – anche nelle opzioni militari – de facto, in secondo piano), il destino dei cristiani (che sotto la dittatura degli Assad hanno sempre goduto di un trattamento privilegiato), i timori di Tel Aviv di veder insorgere in Siria una nuova dirigenza fondamentalista (rischio piu' che concreto dal momento che i maggiori oppositori del regime sono stati storicamente i Fratelli Musulmani), l'esperienza pregressa libica dove l'appoggio ai ribelli si e' tramutato in caos sociale ed instabilita', la circostanza che la Siria ha un apparato militare che avrebbe richiesto un impegno molto gravoso ed un rischio molto alto in caso di attacco.

Tutto questo ha permesso al regime siriano di sopravvivere sinora puntando sull'appoggio russo (per bloccare eventuali interferenze straniere) e sulla forza delle sue strutture militari e di sicurezza sul piano interno. Ma tutte le opzioni, nell'ottica delle parti in causa, possono avere vantaggi ma anche svantaggi.

Il primo svantaggio nel perseguimento di un intervento di sostegno esterno anziche' diretto (opzione 2) - quella in pratica adottata sinora dalle potenze occidentali - e' che la Siria e' scivolata lentamente ma inesorabilmente in una guerra civile con i conseguenti effetti collaterali: efferatezze da ambo le parti, crescita esponenziale di vittime civili, distruzioni, vendette, esasperazione dello scontro. Non c'e' stato spazio per negoziati e dialogo (visti anche gli sforzi inutili di Kofi Annan). Si e' nei fatti imposto che la soluzione finale sia legata alla forza delle armi e – nella nemesi finale – chi perdera' verra' inesorabilmente eliminato. Niente spazio futuro per una riconciliazione nazionale, niente spazio per la pieta'. Alla fine di questo percorso emergeranno, nel futuro del Paese, quelle componenti sociali estreme che hanno determinato la vittoria manu militari.

Inoltre – ed e' l'aspetto piu' inquietante – la guerra civile siriana ha assunto aspetti religiosi ed etnici. Non e' piu' solo una guerra per scalzare una dittatura, ma un conflitto per affermare o far sopravvivere valori diversi. L'esperienza insegna che questa caratteristica rende gli scontri piu' cruenti e rischia di travalicare - in prospettiva - al di fuori della Siria.

syria insurgency



Se si osserva l'evoluzione della situazione siriana sotto questi punti di vista e' facile desumere che l'obiettivo auspicato a breve termine di un rovesciamento del regime siriano va a detrimento di quello che potra' accadere nel prossimo futuro. Altro svantaggio del sostegno indiretto e' che verranno alla fine marginalizzati, perche' avranno un limitato peso condizionante, quei Paesi che avranno dato appoggio  ad una delle due parti in causa ma che saranno sopravanzati dai diritti di chi la guerra l'ha effettivamente combattuta.

Altra considerazione bisogna farla sull'armamentario che possiede oggi la Siria, compresi gli aggressivi chimici. In una guerra civile, che si combattera' nelle fasi finali in modo frammentato con  sacche di resistenza e scontri negli abitati, il controllo sulle strutture piu' delicate del Paese (depositi di armamenti o di missili o di aggressivi chimici) non potra' piu' realizzarsi e non e' detto che chi ne prendera' il possesso ne potra' fare un uso oculato. Questa considerazione bisogna anche farla alla luce della presenza di mujaheddin e affiliati di Al Qaida nelle file degli insorti. Oramai e' confermato da fatti ricorrenti che c'e' una transumanza di personaggi legati al terrorismo internazionale che si muovono da un'area di crisi all'altra solo per affermare la loro esistenza. Professionisti della guerra, dei sovvertimenti popolari, magari senza bandiere ideologiche di riferimento se non quella religiosa, che si inseriscono nei contesti destabilizzati o in via di destabilizzazione a cui danno un forte contributo.

GLI ATTORI ESTERNI

La Siria sta alla Russia come Israele sta agli Stati Uniti. Stesso supporto, stesso quoziente strategico, stessa determinazione ad accettarne fatti e misfatti. Non c'e' spazio per una analisi oggettiva degli eventi. Gli interessi strategici fanno premio su qualsivoglia altro tipo di considerazioni. In questa logica e' impensabile che Mosca possa oggi concedere spazio ad una risoluzione ONU che danneggi o osteggi il regime di Damasco. Tutt'al piu' la Russia potra' accedere ad una uscita onorevole di Assad dal Paese, ma questo tipo di opportunita' rimane difficile da percorrere perche', come nel caso dello Yemen (per intermediazione dell'Arabia Saudita), non c'e' un interlocutore regionale che possa assicurare un trapasso indolore del regime.

La Turchia e' nei fatti il Paese che piu' di ogni altro e' coinvolto nelle vicende siriane. Appoggia gli oppositori, accoglie i rifugiati, da' supporto logistico, consente l'addestramento ai guerriglieri, fornisce armi (meglio dire: non ostacola l'arrivo di armi per i ribelli), e' fortemente dedicata all'attivita' di intelligence in stretta collaborazione con altri Servizi occidentali. Il coinvolgimento turco a favore dei ribelli e' esponenzialmente aumentato dopo l'abbattimento da parte della contraerea siriana di un velivolo militare turco. La Turchia coltiva anche interessi strategici nel mondo arabo dopo la svolta filo-islamica della politica estera di Erdogan.

Sotto questo aspetto la crisi siriana fornisce anche una specifica opportunita'. L'Islam moderato turco e' adesso strumentale ad un rafforzamento del ruolo di Ankara in Medio Oriente. Con gli eventi siriani la Turchia si erge a difesa degli interessi sunniti a scapito degli Alawiti e dei loro piu' vicini parenti teologici, cioe' gli sciiti.  Accanto ai guadagli politici, Ankara si deve anche confrontare con dei rischi: l'instabilita' siriana che puo' tracimare nel proprio Paese, una possibile recrudescenza del problema curdo che possa trovare sostegno nella diaspora che vive in Siria e che e' schierata con Bashar Assad.

Ma per Ankara c'e' un altro pericolo incombente ed e' l'ostilita' dell'Iran che appoggia la Siria come unico ed insostituibile alleato nella regione. Teheran e' legata da un accordo militare con Damasco e perdendo il supporto siriano rimarrebbe isolata. Perderebbe anche la contiguita' territoriale con gli Hezbollah libanesi, braccio armato del radicalismo iraniano contro Israele. Ed e' un lusso che Teheran non puo' permettersi visto il pericolo incombente di un possibile attacco israeliano alle strutture nucleari del Paese.  Quindi l'Iran fara' di tutto per impedire la caduta di Assad anche ricorrendo a quelle forme di destabilizzazione che gli sono congeniali: terrorismo proprio e surrogato, fomentazione delle componenti sciite della penisola araba , i curdi.

Poi c'e' un altro attore – per adesso silente – di quello che avviene a Damasco, ed e' Israele. Per Tel Aviv Bashar Assad e' il male minore rispetto al pericolo che all'attuale regime alawita si sostituisca domani un regime fondamentalista. Un Israele circondato da regimi integralisti islamici accomunati dall'odio contro lo Stato ebraico e' un pericolo non auspicato. Ed un eventuale guadagno che potrebbe derivare nell'interrompere quel legame diretto tra Hezbollah e Teheran potrebbe anche trasformarsi in un presunto guadagno in quanto un regime fondamentalista a Damasco potrebbe anche valutare positivamente un supporto ad una componente sciita libanese in chiave anti-israeliana. Per Tel Aviv c'e' anche il pericolo di ordine sociale: la componente drusa siriana che potrebbe ricongiungersi a quella israeliana. Tra le due comunita', a cavallo del Golan, ci sono forti legami. Un incremento dei drusi israeliani per transumanza di quelli siriani non e' visto con favore  da Israele che comunque basa la sua coesione nazionale su parametri teocratici. Inoltre, la comunita' drusa siriana e' stata sinora molto vicina al regime di Assad e potrebbe portare sul territorio israeliano atteggiamenti ostili verso Tel Aviv che sinora non sono molto emersi nei confratelli israeliani.

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Ribelli siriani in azione


Gli Stati Uniti e  le potenze occidentali sono fortemente favorevoli, per ovvi motivi pratici, piu' che ideologici o etici, ad un ricambio politico a Damasco. A fronte di guadagni geo-strategici immediati, si sottovalutano i rischi che un ricambio traumatico in Siria possa procurare agli interi assetti della regione. Quando si crea un vuoto di potere politico e/o militare che sia, gli equilibri si rompono, se ne creano altri ma solo attraverso un processo lungo di instabilita'. E' gia' avvenuto con l'annientamento della potenza militare di Saddam Hussein. E non e' detto che alla fine di questo processo il risultato possa essere favorevole agli interessi occidentali e/o alle mire neo-ottomane di Ankara e/o alle velleita' wahabite di Ryad.

E' una considerazione fatta alla luce del fatto che nel Medio Oriente e nel Golfo non esistono democrazie ma solo altri regimi autoritari che prevalentemente basano il potere sulla forza e non sul consenso. Un rovesciamento dei rapporti di forza tra sciiti e sunniti non e' un evento che possa trasformarsi automaticamente in una maggiore stabilita' regionale. Anzi e' vero il contrario quando questi rapporti di forza non riguardano solo lo strumento militare o le egemonie politiche ma anche le dispute teologiche. Una maggiore affermazione del sunnismo di marca wahabita nel mondo islamico, come potrebbe derivare da un maggior peso saudita nella regione, significa maggior integralismo religioso, meno diritti civili, meno liberta' sociali, meno liberta' religiose per chi dissente. Basta non dimenticare che Osama Bin Laden, Zahawiri, Hassan al Banna, Sayyed al Qubt,  hanno alimentato le loro idee e comportamenti sull'ideologia wahabita. Ed in ultima analisi rimane da valutare se un regime autoritario religioso possa essere meglio di un regime autoritario laico come il Baath siriano.

LO STATO DELLE COSE

La storia insegna che quando un regime raggiunge un punto di non ritorno nelle proprie efferatezze, quando l'opinione pubblica mondiale gli diventa in maggioranza ostile, e' destinato a essere cacciato. E la storia si ripetera' anche con Bahir Assad. Rimane sono il dubbio tecnico che lui ed il suo entourage possano andarsene o essere eliminati.

Non e' pero' chiaro, nel caso siriano, quanto tempo ci vorra' perche' questo avvenga. Assad ha ancora al suo fianco esercito e servizi di sicurezza mentre l'opposizione, politica e armata, e' debole e divisa. Russia e Cina impediscono sinora qualsiasi intervento militare esterno e questo garantisce agli alawiti e alle altre minoranze che appoggiano il regime il mantenimento degli attuali rapporti di forza. Piu' la guerra civile va avanti, piu' le rispettive posizioni si radicalizzano, piu' il regime puo' contare sullo zoccolo duro di un sostegno della propria componente religiosa e militare.

La mancanza di alternative mette le parti in causa di fronte a scelte irreversibili. Al fianco del regime stanno anche le fazioni piu' radicali della galassia palestinese, gli hezbollah libanesi, i curdi, i drusi, i cristiani Il tutto durera' fino a quando non ci saranno defezioni di rilievo nell'establishment che sostiene Assad e fintanto che le diserzioni non assumeranno maggiore rilevanza numerica. I generali che lo hanno sinora abbandonato non sono personaggi significativi per identificare un crollo del regime.

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Il padre di Bashar, Hafez


Quando nel giugno del 2000 Hafez Assad mori' ed il potere fu passato al figlio Bashar, l'evento fu valutato dai mass media internazionali come un sicuro miglioramento del regime dispotico siriano. Un giovane medico, con studi in occidente, messo per forza nella catena del potere dal padre dopo la morte imprevista del fratello Basel, poco incline al mondo militare, fu visto come un segnale di timida democrazia in un Paese sino allora governato in modo sanguinario. I fatti hanno dimostrato il contrario. L'ereditarieta' del potere si trasmette anche alle modalita' per mantenerlo.

Il problema siriano esula, sotto molti aspetti, dal cliche' della decantata primavera araba.  Vi sono in gioco soprattutto interessi e rapporti esterni, cioe' fattori esogeni, che hanno finito per prevalere nello strumentalizzare un eventuale rivendicazione sociale contro un regime autoritario. In Siria non e' in predicato solo un ipotetico anelito di liberta' o democrazia di un popolo oppresso, ma qualcosa di piu' grande, di piu' complesso come gli interessi strategici delle super potenze, le mire egemoniche di Paesi della regione, le dispute teologiche, i rapporti di forza, la radicalizzazione dello scontro contro Israele, la questione palestinese, le rivendicazioni curde, l'affermazione del terrorismo jihadista, il ruolo dell'Iran nella stabilita' della penisola arabica, il controllo delle risorse petrolifere. Tutti elementi che potrebbero allungare l'agonia del regime di Assad, ma nel contempo innescare altre aree di crisi, altre instabilita', altre sofferenze sociali.