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UNA FORZA PANARABA PER VINCERE L’ISIS?


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Nonostante i bombardamenti aerei americani, nonostante le offensive militari irachene o l’utilizzo di armamenti “impropri” da parte del regime siriano contro le milizie dell’ISIS, queste ultime continuano a mietere successi militari, a mantenere l’iniziativa in molte aree ed a godere di un crescente supporto mediatico che si estrinseca nel continuo arrivo di volontari stranieri e nell’adesione di altri movimenti jihadisti alle conquiste di Abu Bakr al Baghdadi. Allo stato attuale l’ISIS è ancora un modello vincente che attrae e fa proselitismo e che è passato da iniziale fenomeno transitorio a qualcosa di stabile e credibile. E questa circostanza rende la minaccia specifica molto più consistente.

E’ tale il successo mediatico che circonda le milizie dell’ISIS, nonostante le efferatezze di cui si macchino (ma per chi le sostiene è solo l’aspetto “positivo” di chi crede in una guerra senza limiti e senza regole), che anche Ayman al Zawahiri, l’attuale capo di al Qaeda, sembrerebbe intenzionato a trovare un accordo e delle sinergie con al Baghdadi. Il solo semplice fatto che gli interventi aerei americani non abbiano prodotto risultati apprezzabili si è tramutato, agli occhi di un certo mondo radicale islamico, in un successo, un segno del destino, una vittoria della religione sull’empietà, il senso dell’invulnerabilità.

Sul fronte opposto ci sono invece le frustrazioni di chi questa guerra vorrebbe vincerla eliminando il pericolo prodotto dalla presenza dell’ISIS. Ma una guerra contro il terrorismo non si vince mai con i bombardamenti aerei, ma tecnicamente solo con i combattimenti terrestri, soprattutto, come nel caso dell’ISIS, quando questo trova il sostegno di una parte della popolazione. Ancora oggi, levati i Paesi direttamente interessati, cioè Iraq e Siria, il compito di combattere le milizie dell’ISIS sul terreno non ha trovato sinora particolari adesioni nel mondo arabo, l’unico deputato a combattere questo specifico fenomeno armato.


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Abdel Fattah Al Sisi


Una coalizione sunnita

Tuttavia il precipitare degli eventi in Yemen, dove l’Arabia Saudita ha cercato di coalizzare i Paesi arabi sunniti nella lotta contro gli Houthi, ha posto con forza il problema della creazione di una forza panaraba che possa combattere contro i terrorismi della regione. Il principale promotore di una iniziativa in tal senso è stato il Generale egiziano Abdel Fattah Al Sisi per una serie di motivazioni: ha il terrorismo dell’ISIS sia in casa (vedi l’affiliazione del Ansar Beit al Maqdis nel Sinai) che vicino ad essa (le milizie dell’ISIS a Derna e Sirte in Libia), ha forte bisogno dei finanziamenti sauditi e di riacquistare centralità nelle vicende mediorientali dopo il colpo di Stato del luglio 2013 e la conseguente repressione – senza restrizione nel campo dei diritti umani – dei Fratelli Musulmani e delle varie opposizioni.

La possibilità di costituire una forza panaraba è stata sollevata nel corso di un vertice della Lega Araba a Sharm el Sheikh il 29 marzo 2015 a proposito degli eventi yemeniti. In quell’occasione si era parlato di creare un comitato di alto livello per studiare il problema, di formare un contingente panarabo di rapido intervento con 40.000 soldati di élite, di accomunare forze aeree e navali. Meno chiaro quale concorso militare fornirebbero le 22 nazioni che aderiscono alla Lega.

Da quel primo incontro di Sharm el Sheikh, i compiti della erigenda forza araba si sono estesi ad altri teatri operativi ed hanno implicitamente inglobato anche altri obiettivi: creare una forza di pronto intervento che domani possa aiutare le varie nazioni arabe a confrontarsi con problemi di instabilità interna (ed in questo caso il termine “terrorismo” potrebbe essere strumentalmente asservito a reprimere opposizioni e manifestazioni di dissenso che la cosiddetta Primavera Araba ha alimentato) e la necessità di unire le forze dei Paesi sunniti contro la crescente influenza iraniana nella regione. Quest’ultimo aspetto è adesso molto più importante alla luce dei risultati positivi nella definizione di un accordo sul programma nucleare iraniano che potrebbe portare ad una cancellazione delle sanzioni contro Teheran e quindi consentire all'Iran di avere maggiori risorse economiche e credibilità internazionale per esercitare un ruolo egemonico nella regione.

Una strada molto lunga

Ma la strada per arrivare ad una forza militare panaraba è ancora molto lunga. E’ chiaro che se questo organismo verrà creato, il maggior contributo militare arriverebbe dall’Egitto, anche in virtù del suo peso demografico nel mondo arabo, e quello finanziario ricadrebbe sull’Arabia Saudita ed i Paesi del Golfo. I maggiori ostacoli derivano dal creare dal nulla un qualcosa che non esiste: un Quartier Generale (che visti i due maggiori attori potrebbe essere il Cairo o Ryad), un sistema di comando e controllo unico, una organizzazione addestrativa che possa accomunare ed affinare tecniche e modalità di combattimento, un bilancio e varie basi operative e logistiche, il contributo che ogni nazione intende dare in termini di uomini e mezzi.

Nella sostanza il progetto, proprio perché ambizioso, è anche difficile da realizzare. Ci saranno da superare difficoltà pratiche, ma anche di ordine psicologico perché nel mondo arabo diffidenze e contenziosi non sono mai mancati nel corso del tempo. Poi ci sono anche problemi legati alle priorità da perseguire: l’Egitto vuole lottare soprattutto contro l’ISIS in Libia, l’Arabia Saudita è invece maggiormente interessata a combattere la minaccia iraniana e sciita in Yemen, la Giordania, insieme ad Iraq e Siria, si preoccupa invece dell’avanzata delle milizie islamiche nei Paesi limitrofi. C’è poi il problema di quando e come intervenire, viste le oggettive diverse sensibilità che corrono nel mondo arabo.

Nell'ambito della Lega Araba, dove questa iniziativa militare dovrebbe realizzarsi, l’idea di una forza panaraba è stata oggetto di interesse per diverso tempo, ma non è mai stata compiutamente realizzata. Sono stati infatti creati vari organismi interni che dovevano studiare e formalizzare proposta, ma senza risultati pratici. Ci sono state alleanze temporanee nella guerra contro Israele nel 1967 e nel 1973, c’è stata una coalizione di Paesi arabi che ha combattuto al fianco degli americani nella guerra del Golfo contro Saddam Hussein. Adesso si vorrebbe rivitalizzare quel Trattato di difesa congiunta arabo che nel 1950, a seguito della disastrosa guerra del 1948, era stato sottoscritto dai membri della Lega in chiave anti-israeliana. Tuttavia il trattato prevede una procedura farraginosa: la riunione dei Ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Interno, la definizione degli obiettivi, del singolo ruolo di ogni nazione e così via. Il precedente trattato all’articolo 2 prevedeva che una aggressione contro la sicurezza di un Paese era da considerarsi un'aggressione contro tutti i Paesi aderenti e faceva quindi scattare l’intervento armato.

Ma proprio nella Lega Araba molte situazioni sono cambiate e questo potrebbe anche costituire una difficoltà oggettiva nel trovare un adeguato consenso nei confronti della erigenda forza militare. Basti notare al riguardo aderiscono alla Lega Araba Paesi come Siria, Iraq, Libia, Yemen e Somalia che potrebbero non essere necessariamente consenzienti a che una forza panaraba sia in grado di intervenire anche sul loro territorio. Questo potrebbe anche determinare che, qualora non realizzabile in ambito della Lega Araba, un accordo militare possa essere sottoscritto separatamente solo da alcuni paesi aderenti.


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Stati membri del GCC


L'esempio del GCC

Qualcosa di simile ad una forza panaraba esiste oggi nell’ambito del Gulf Cooperation Council che nel dicembre del 2013 ha deciso di creare una struttura di comando militare unificato con 100.000 uomini, di cui la metà sauditi. Una struttura che prima di allora non era mai stata realizzata. Una sua versione precedente nel 1982, chiamata “Peninsula Shield”, aveva incontrato molte perplessità (e quindi non era mai stata resa esecutiva) da parte dei piccoli paesi del golfo aderenti al GCC, ma che temevano le ingerenze interne saudite. Il pericolo dell’ISIS e dell’Iran hanno fatto superare queste perplessità.

Complessivamente un coordinamento militare nell’ambito di sei Paesi, come nel caso del GCC, con armamenti simili di origine statunitense, risulta più facilmente gestibile di quello che potrebbe avvenire nell’ambito della Lega Araba, dove sono presenti 22 Paesi ed armamenti misti russo/sovietici e occidentali con tutto quello che ciò logisticamente comporta.

L’iniziativa della Lega Araba, pur se ancora in fase embrionale, ha subito incontrato il favore americano che intravede così la possibilità di un contingente arabo che combatta l’ISIS al suo posto.
In questo senso deve essere interpretata l’improvvisa visita al Cairo nei giorni antecedenti un'ulteriore riunione della Lega Araba, il 19 aprile 2015, del capo della CIA John Brennan. Un modo per rendere tangibile e visibile un sostegno operativo, informativo e logistico all’iniziativa in corso. Ed anche, secondo altre fonti, per dare all’Egitto carta bianca qualora volesse colpire l’ISIS in Libia. E non è casuale che nelle settimane scorse il presidente degli Stati Uniti Barack Obama abbia rimosso le sanzioni per la vendita di armamenti all’Egitto.

Un dialogo necessario

Quello che però l’iniziativa dell’Egitto e della Arabia Saudita non sono in grado di realizzare è una possibile cooperazione anti-ISIS con l’Iran. Teheran lo sta facendo coi Pasdaran che appoggiano il regime in Siria, lo fa con i volontari che hanno affiancato le truppe irachene nella riconquista di Tikrit (e forse domani di Mosul), lo fa dando assistenza agli Hezbollah. Se c’è infatti oggi una nazione che realmente combatte le milizie di al Baghdadi , questa è l’Iran.

Ovviamente un accordo tra Lega Araba e Teheran, pur nella volatilità del quadro politico e militare del Medio Oriente, non è al momento praticabile per le note divergenze sulle varie aree di crisi e per quel confronto religioso che divide sciiti e sunniti. Però questa è una circostanza che toglie, prospettiva e molto slancio ad una eliminazione militare dell’ISIS. Un'ipotesi del genere potrebbe realizzarsi solo dopo un sostanziale riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran, ovvero nel lungo termine.

Qualora effettivamente dovesse realizzarsi una forza di pronto intervento panaraba e se poi questa dovesse essere impiegata per schiacciare le varie forme di terrorismo regionale, si tratterebbe comunque di un evento importante. Anche perché un intervento militare panarabo toglierebbe all’ISIS quella rendita di posizione e di consenso che gli deriva dal combattere contro i “crociati”, gli “apostati”, gli “empi”. E poi c’è anche un aspetto pratico: sul terreno si fronteggerebbero delle truppe di identica cultura con un approccio comportamentale senza restrizioni nei confronti del nemico vinto. Tutto, ovviamente, in deroga alla Convenzione di Ginevra che in questa parte di mondo non trova molti estimatori.

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