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DOMANDE E RISPOSTE SULL’ISIS


isis


E' possibile sconfiggere l'ISIS?
Stante il divario delle forze in campo, non vi sono dubbi che sia possibile, sul piano militare. Le ultime vicende belliche lo dimostrano. Sinora l'ISIS è sopravvissuto sfruttando le divergenze e i contrasti di chi lo combatte. Ha dato inoltre una connotazione fortemente religiosa alla sua lotta accentuandone l'aspetto settario contro lo sciismo. Il problema dell'eliminazione dell'ISIS non è solo militare, ma soprattutto culturale e sociale. Qualora dovesse essere sconfitto l’ISIS, il terrorismo islamico sopravviverà se non verranno meno quei presupposti ideologici e teologici che ne legittimano l'operato. Un altro fattore che alimenta il sostegno all'ISIS è la frustrazione di chi vive in regimi dove non esistono libertà, giustizia sociale, equità e aspettative di vita dignitosa.

Quanti uomini conta oggi l'ISIS?
Non esistono dati precisi al riguardo, ma solo stime. Tra Siria e Iraq alcuni organismi internazionali stimano che i combattenti siano adesso circa 15/20.000, di cui circa 12.000 di nazionalità siriana e irachena. Le ultime sconfitte militari hanno pertanto ridotto le stime sulla forza militare delle milizie di Abu Bakr al Baghdadi, precedentemente stimate sulle 35.000 unità. Questa valutazione non tiene conto di chi appoggia il califfato senza magari essere inquadrato militarmente. Generalmente, il rapporto tra chi combatte e chi lo sostiene è di 1 a 7. Questo significa che, a diverso titolo, ruotano intorno all'ISIS circa 200.000 persone. E' un numero che può oscillare in negativo adesso che le fortune militari dell'organizzazione sono ai minimi o ritornare in positivo qualora avvenisse il contrario. Il bacino di reclutamento dello Stato islamico resta la popolazione di fede sunnita che in Siria si oppone al regime alawita a Damasco ed in Iraq a quello sciita di Baghdad. Soprattutto in Iraq, l'ISIS può contare sul risentimento degli ex baathisti e sulla paura che deriva dalla presenza di milizie paramilitari sciite che combattono al fianco dell'esercito iracheno. Altro elemento che gioca a favore dell'ISIS è la difficile convivenza tra arabi e curdi.

Quali armi ha l'ISIS?
Nel corso della guerra e sopratutto durante le disfatte iniziali degli eserciti siriani ed iracheni, l'ISIS è entrato in possesso di armamento sia di produzione russa che americana. A questa dotazione vanno aggiunte le armi acquistate tramite il contrabbando o fornite da Paesi che, a diversa gradazione, hanno inteso velatamente foraggiare l'organizzazione. L’ISIS possiede artiglieria pesante, carri armati, sistemi controcarro, lanciarazzi, mezzi blindati. Anche se ha millantato il possesso di aerei da combattimento, non possiede una forza aerea. Avrebbe in uso anche dei droni ed è sicuramente in possesso di aggressivi chimici avendoli già impiegati in alcune occasioni.

Chi combatte l'ISIS?

Un totale di 62 nazioni fronteggia lo Stato islamico. Ci sono circa 5.000 soldati americani in Iraq con un ampio supporto aereo. Danno assistenza anche se non combattono direttamente. Anche tante altre nazioni forniscono personale per l'addestramento o concorrono ai bombardamenti aerei. Ma ci sono anche le truppe irachene, che sulla carta contano oltre 200.000 uomini (ma forse realmente operativi non sono più di 40.000), ci sono i Peshmerga curdi con oltre 80.000 soldati, i volontari sciiti iracheni (riuniti sotto la bandiera del Fronte di mobilitazione popolare, ovvero Hashd al Shaabi) e iraniani (complessivamente intorno ai 10.000 uomini), unità dei Pasdaran iraniani (circa 2.000 uomini), milizie yazide e cristiane, milizie sunnite delle varie tribù irachene raggruppate nel Movimento del risveglio iracheno (Suhat al Iraqi).

Sul fronte siriano, dove l’ISIS combatte anche con altre formazioni ribelli, ci sono i 5/7.000 russi con 350 carri armati, elicotteri, circa 50 aerei da combattimento. Ci sono l'esercito siriano, i cui 80.000 uomini puntano sull'élite dei 25.000 soldati della Guardia repubblicana, e le forze paramilitari, anche qui i dati oscillano tra i 20.000 ed 40.000 combattenti, tra cui i temuti Shabiha. A questi si affiancano le milizie libanesi degli Hezbollah con oltre 5.000 uomini.


us troops in iraq



Attualmente l'ISIS sta guadagnando o perdendo terreno?

Le ultime stime indicano che in Siria l'ISIS abbia perso oltre il 40% del territorio sotto il proprio controllo, mentre in Iraq ne avrebbe perso oltre il 50%. L'ISIS controlla ancora due città principali: Raqqa in Siria e Mosul in Iraq. Fintanto che l'ISIS avrà il controllo di queste città, la sconfitta dei miliziani di al Baghdadi non sarà completa.

Quali sono le altre fazioni ostili all'ISIS o al governo siriano presenti in Siria?

Diverse fazioni armate combattono contro Bashar al Assad, ma molte volte si combattono anche tra di loro. C'è Jabhat al Nusra, affiliato ad al Qaeda fino al recente cambio di nome in Jabhat Fatah al Sham, che conta circa 10.000 uomini e che molte volte si è scontrato con l'ISIS. C'è il Free Syrian Army di ispirazione laica e filo-occidentale che conta circa 45.000 uomini e che è ostile alle milizie di al Baghdadi. Anche i curdi siriani del YPG si sono scontrati con l'ISIS nelle aree dove combattono.

Qual è l’elemento determinante che potrebbe portare alla sconfitta dell'ISIS?

Per sopravvivere l'ISIS ha bisogno di un retroterra da cui fare arrivare rifornimenti, armamenti, volontari. Sinora questo retroterra era costituito dalla Turchia. Ultimamente alcuni valichi per accedere al confine turco sono stati conquistati da forze ostili ad al Baghdadi e questo sta creando dei grossi problemi all'ISIS. Quando l'accerchiamento sarà completato, non ci sarà scampo per le milizie islamiche. La stessa Turchia sembra adesso più determinata a far sì che il proprio territorio non costituisca elemento di vantaggio per l'ISIS. E che questa attitudine possa pregiudicare le fortune militari delle milizie del califfato è confermato indirettamente dagli attentati che si sono succeduti in Turchia.

Una sconfitta militare dell’ISIS porterà alla fine del terrorismo islamico ispirato dagli insegnamenti di Abu Bakr al Baghdadi?

E' vero il contrario. Quando le vicende militari sul terreno renderanno vano il disegno di costituire uno Stato Islamico, tutti quei volontari che hanno creduto in questo progetto dovranno trovare una rotta di scampo per sfuggire alla giustizia o alla vendetta. E' verosimile che si ricollocheranno in una delle tante altre aree di crisi di cui è costellato il Medio Oriente (Libia, Yemen, Sinai) o l'Africa. Il terrorismo di autoalimenta laddove esistono le condizioni per creare instabilità o vuoti di potere. Inoltre, vi è ormai una continuità storica nella diffusione dell’Islam radicale e combattente. Osama bin Laden negli anni novanta in Afghanistan ha fondato al Qaeda e lasciato il testimone a Abu Musab al Zarqawi in Iraq nel 2003, che a sua volta ha ispirato al Baghdadi ed il suo ISIS. Il fenomeno terroristico di ispirazione islamica farà presa in tutti quei Paesi arabi o islamici dove esistono le condizioni per diffondere instabilità: ingiustizie sociali, povertà, discriminazioni, violazioni sistematiche dei diritti umani. E purtroppo in questa casistica si compendiano la quasi totalità delle nazioni del mondo arabo e/o musulmano. Inoltre, alcuni volontari islamici provengono da Paesi non musulmani e cercheranno di fare ritorno a casa, costituendo un grosso pericolo ai fini della sicurezza. Gli ultimi eventi in Europa lo confermano.

Qual è il movimento religioso che in Medio Oriente ha ispirato teologicamente le iniziative dell'ISIS?

Sicuramente è stato fonte di ispirazione il wahabismo saudita che predica una visione molto ortodossa dell'Islam. Non è casuale che Osama bin Laden fosse saudita e che oggi molte organizzazioni caritatevoli religiose dell'Arabia Saudita siano state sospettate di sostenere finanziariamente al Baghdadi. Lo stesso regime saudita ha tenuto un comportamento omissivo su questa problematica nell'idea che fosse utile sostenere l'ISIS nella lotta tra sunniti e sciiti, nel malcelato interesse a contrastare l'influenza iraniana nella regione.


kurdistan


Sconfitto l'esperimento del califfato, tutto tornerà come prima in Siria ed Iraq?

Sconfitto l'ISIS riemergeranno tutte quelle questioni irrisolte che oramai minano la stabilità di molti Paesi della regione. La frattura creatasi in Siria e Iraq tra le comunità sciita e sunnite non si risolverà con la sconfitta del terrorismo islamico di matrice sunnita. Troppo sangue è oramai scorso tra le parti per non alimentare vendette e rivalse. In Siria, a prescindere dalla permanenza al potere degli Assad, è prevedibile la creazione di un sistema federale che divida alawiti da sunniti e curdi. Una convivenza etnica e religiosa dopo tanti anni di guerra civile non è al momento ipotizzabile. In Iraq dovrà essere ricostruita una convivenza tra la dirigenza sciita e la popolazione di fede sunnita.
In entrambi i Paesi c'è poi il problema curdo. Lo YPG siriano ha avuto il sostegno americano ed ha una porzione di territorio sotto suo controllo diretto. Domani potrebbe rivendicare spinte autonomistiche o indipendentistiche. I curdi iracheni hanno già de facto una loro autonomia economica e militare in Kurdistan. Sicuramente la vorranno mantenere o rinforzare. Ci sono poi i curdi del PKK che combattono contro la Turchia dalle loro basi in Iraq, i curdi iraniani e c'è il fondato pericolo che vengano alimentate nuove forme di terrorismo.

Come verrà ricomposto il dramma sociale che è stato generato dalle guerre in Siria ed Iraq?

Occorreranno anni affinché tutto possa tornare come prima. La Siria ha avuto sinora mezzo milione di morti e circa due milioni di feriti, pari a quasi il 12% della popolazione. Oltre 3 milioni di siriani sono scappati nei Paesi vicini e circa 7 milioni sono sfollati internamente. Il Paese è distrutto da una lunga guerra civile che dura oramai da cinque anni. In Iraq i rifugiati sono oltre 3,2 milioni. Il Paese si sta confrontando con il terrorismo islamico e la guerra civile da almeno 13 anni. Una situazione che ha prodotto almeno 250.000 vittime, di cui 16.000 nel 2015. Anche qui distruzioni, un’economia al collasso, un sistema sanitario e scolastico quasi inesistenti.

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