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ARABIA SAUDITA E LA POLITICA DELLA RELIGIONE


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Il ruolo assunto dall'Arabia Saudita di difensore dell'ortodossia sunnita porta il Paese a sviluppare una politica estera condizionata da questo presupposto religioso. Pur non essendolo tecnicamente, il regime saudita ha molti aspetti di una teocrazia piuttosto che di una oligarchia, almeno in politica estera.

Nella pratica, in Arabia Saudita politica estera e proselitismo religioso, nel contesto del mondo arabo e musulmano, camminano insieme, entrambi favoriti dalle enormi risorse finanziarie del regno. L'una favorisce l'altro, ma nel contempo l'una condiziona e limita la controparte.

La politica estera saudita e, di conseguenza, la sua politica di sicurezza nazionale si basano, nelle sue linee generali, su due importanti pilastri:

  • la cooperazione politica e strategica con gli Stati Uniti (a livello internazionale),

  • gli accordi del Gulf Cooperation Council (a livello regionale ).

In aggiunta a questi due elementi vi e' poi la gia' segnalata politica religiosa, la cui incidenza e' soprattutto a livello regionale.

I rapporti con gli Stati Uniti sono una costante della politica estera del regno da oltre 70 anni, ovvero dal 14 gennaio 1945 quando Franklin D. Roosevelt e Abdul Aziz firmarono un accordo segreto che delegava agli Usa la difesa strategica del regno in cambio di forniture di petrolio (da sottolineare che Ryad commercializza oggi il 25% dell'oro nero mondiale). Washington garantisce a Ryad sicurezza, armamenti, appoggi politici nelle diatribe con le altre potenze regionali ed in cambio riceve, oltre agli approvvigionamenti energetici, l'appoggio per ogni azione o iniziativa nel mondo arabo e musulmano.

Basti pensare alle basi saudite fornite agli Usa nell'attacco all'Iraq del 1991, l'appoggio agli attacchi - sempre contro Saddam - nel 2003, il sostegno all'operazione "Enduring Freedom" contro l'Afghanistan. Un rapporto stretto, apparentemente inossidabile fintanto che il condizionamento della religione nella politica estera saudita non ha creato dissapori (vedasi l'ostilita' per le basi americane sul suolo saudita ed i relativi attentati).

Il Gulf Cooperation Council (GCC), instaurato nel 1981 e che vede la partecipazione di 6 Paesi della penisola arabica (oltre all'Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar e Oman), promuove e rende operativa la cooperazione non solo in campo militare, ma anche nel coordinamento politico e nell'ambito commerciale. Cio' non toglie che esistono spesso divergenze e contrasti tra i vari membri del Consiglio. In primis e' spesso messo in discussione il ruolo egemonico che Ryad cerca di imporre. L'Arabia Saudita vorrebbe addirittura allargare il GCC ad altri Paesi, come da profferte fatte recentemente a Giordania e Marocco. Ma nel complesso il Gulf Cooperation Council assolve oggi a quella funzione minima di coordinamento e cooperazione che le turbolenze regionali spesso e volentieri impongono.


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Ahmadinejad con il Re saudita Abdallah

Il rivale iraniano e la Siria

Il maggior rivale dell'Arabia Saudita, sia come potenza regionale che come potenza religiosa, e' l'Iran. E' una lotta di potere e di religione che vede confrontarsi Sunniti e Sciiti. Sciismo e sunnismo sono le due maggiori correnti dell'Islam ed in competizione storica tra loro. E' sulla base di questo dualismo politico, militare e religioso che bisogna osservare ed analizzare le linee di politica estera del regno saudita.

Oggi la competizione fra Iran ed Arabia Saudita ha assunto la forma del confronto armato per interposta nazione, come nel caso della Siria. Il pericolo che l'Iran possa avere domani la bomba atomica preoccupa piu' Ryad che Tel Aviv nell'ottica dell'egemonia sul Golfo Persico, ma anche nella guerra settaria tra le due maggiori branche dell'Islam. Basti ricordare che nel 1979 la guerra di Saddam Hussein contro l'Iran fu sponsorizzata finanziariamente da Ryad. Cosi' come i sauditi temono che la minoranza sciita della Eastern Province possa domani costituire la quinta colonna per minare la dinastia Saud (il 15% della popolazione del regno e' di fede scita).

Sulle sorti del regime alawita (agli occhi dei sauditi una setta, considerata eretica, vicina allo sciismo) di Bashar al Assad si giocano molti dei futuri equilibri regionali. L'attuale dirigenza siriana e' appoggiata da Teheran, i ribelli - almeno alcuni gruppi tra loro - godono del sostegno saudita. La perdita di influenza che Ryad ha subito in Libano (con l'uccisione di Rafiq Hariri nel 2005) ed in Iraq con la caduta di Saddam Hussein (che ha visto arrivare al potere una dirigenza sciita appoggiata dall'Iran), potrebbe essere compensata - almeno negli auspici di Ryad - con la caduta del regime alawita e l'insorgere di una nuova leadership sunnita. Ma anche qui, sia a livello tattico che a livello strategico, politica estera e religione entrano in collisione nella dirigenza saudita. Questo avviene perché nelle vicende siriane i vantaggi e gli svantaggi di una iniziativa politica spesso si accavallano e si elidono. Ed occorre una buona dose di prudenza che il fanatismo religioso spesso non ha.

Nell'aiutare la ribellione siriana l'Arabia Saudita deve tenere conto anche delle preoccupazioni americane. Soldi ed armi devono poter andare a quei gruppi che non sono collusi con il radicalismo islamico, diventato oggi jihad. Ma i movimenti e le organizzazioni wahabite saudite, anche al di fuori dei canali istituzionali, tendono a fare diversamente. Operano, in altre parole, fuori del contesto e degli interessi ufficiali del Paese. Inviano soldi, alimentano e supportano gruppi estremisti, trovandosi in collusione pratica con quei gruppi legati ad Al Qaeda. Politica estera e lobby religiose saudite divergono, ma il vero problema e' che le autorita' del regno possono fare ben poco per bloccare questo processo.

Ultimo, ma forse principale problema che incontra la politica estera saudita nei confronti della Siria e' sul piano della sicurezza. La guerra contro Assad sta raccogliendo masse di radicali islamici provenienti da molte parti della regione e tra essi una buona parte di sauditi. Questi veterani di guerra sono un pericolo per la stabilita' del regno. Statistiche non ufficiali hanno quantificato in circa 15.000 i veterani rientrati nel Paese dopo la guerra in Afghanistan e in Iraq. Ritrovarsi con una nuova generazione di jihadisti come quelli che domani faranno ritorno dalla Siria non e' un evento auspicabile.

Le divergenze con la Fratellanza

In Siria c'e' poi anche un altro problema ed e' l'eventualita', tutt'altro che remota, che con la caduta di Assad possa emergere una leadership dei Fratelli Musulmani, ritenuti (dopo le stragi di Homs e Hama negli anni '80) gli unici e veri oppositori del regime baathista.

I rapporti tra il wahabismo e i Fratelli Musulmani ultimamente non sono mai stati idilliaci. Sono entrambi portatori di un Islam radicale e quindi in potenziale concorrenza. Sono in competizione anche con le varie organizzazioni caritatevoli, ospedali e scuole presenti in tutto il mondo arabo con equivalente sostegno e peso finanziario. Ai tempi di Re Fahd, quando Gamal Nasser perseguitava la Fratellanza, l'Arabia Saudita, in virtu' della solidarieta' pan-islamica, aveva ospitato i vertici dell'organizzazione sul proprio territorio. Ma mai aveva permesso loro di condurre attivita' e proselitismo all'interno del Paese. Da quando pero' Mohamed Morsi ha riallacciato i contatti con l'Iran (e cosi' facendo unendosi ai Fratelli Musulmani sudanesi), i sospetti sauditi sul ruolo della Fratellanza sono aumentati esponenzialmente.

Agli occhi della dirigenza saudita l'influenza dei Fratelli Musulmani e' potenzialmente pericolosa perché propugna, a differenza dei wahabiti, un Islam politico. Si inserisce con l'Islam non nella legittimazione del potere, ma nel suo esercizio.

Le Primavere Arabe

Anche in Egitto e Tunisia, dove si sono affermate con la primavera araba dirigenze di matrice islamica, i rapporti di queste ultime con il wahabismo non sono mai stati idilliaci. Il dittatore tunisino Ben Ali e' oggi ospitato in Arabia Saudita. Hosni Mubarak rappresentava uno dei maggiori alleati di Ryad in Medio Oriente. E la causa e' sempre la stessa: i Fratelli Musulmani. La controprova evidente di tutto questo e' che quando Morsi e' stato recentemente defenestrato, l'Arabia Saudita (con 5 miliardi di dollari) e' stata tra i primi Paesi a promettere sostegno finanziario alla controrivoluzione dei militari. Altrettanto hanno fatto altri Paesi del GCC come il Kuwait (4 mld $) e gli Emirati Arabi (3 mld $).

Nell'atteggiamento saudita c'e' anche, ad onor del vero, la ritrosia ad accettare l'idea stessa di una primavera araba. Tradotta significa il sovvertimento di un potere in carica sull'onda di un vessillo islamico propugnando l'instaurazione di una democrazia.

Levato quindi il caso della Siria, elemento di una strategia anti-iraniana, le rivoluzioni non sono state viste con molta simpatia da parte di Ryad. Non e' stato solo il caso di Tunisia ed Egitto, ma anche quello della Libia dove Ryad ha appoggiato con molta riluttanza l'intervento militare internazionale contro Muammar Gheddafi. Ed alla fine, nelle turbolenze sociali del Medio Oriente, l'Arabia Saudita e' stata piu' dalla parte della restaurazione - come nel caso dello Yemen e del Bahrein - che non della rivoluzione. In Bahrein, per esempio, si trattava soprattutto di garantire il potere ad un emiro sunnita in un Paese a maggioranza sciita.

In definitiva, il dilemma saudita e' sia propagare, anche politicamente, una ortodossia religiosa, assoggettando la politica estera a questo parametro, ma nel contempo evitare che questo radicalismo da export possa poi incidere, di ritorno, sulla stabilita' del regno. Da non scordare che 15 dei 19 terroristi implicati negli attentati dell'11 settembre 2001 erano di nazionalita' saudita.


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Qatar

La partita con il Qatar

Ultima istanza di competizione religiosa che si trasforma in politica estera vi e' oggi anche il confronto con il Qatar. Questa volta e' una lotta in campo sunnita. Il Qatar non ha la forza militare ed il peso specifico dell'Arabia Saudita nel mondo arabo, ma ha i soldi, pilota una televisione che fa opinione pubblica, ha una base americana sul proprio territorio ed e' ben visto nel mondo occidentale. Ha alla sua guida un emiro ambizioso. Ha anche il vantaggio - a differenza di tutti gli altri Paesi del Golfo - di non avere una comunita' sciita sul proprio territorio. E' nei fatti l'alter ego saudita nel ruolo di partner strategico per gli Stati Uniti nella penisola arabica. Il Qatar si e' ultimamente inserito anche nel negoziato tra gli Usa e i Talebani afghani. Ed ovviamente, ancora una volta, la politica estera tra i due Paesi si gioca sul parametro religioso: il Qatar appoggia i Fratelli Musulmani, l'Arabia Saudita li contrasta; Doha appoggia Hamas, Riyad appoggia l'OLP. E la stessa divaricazione avviene sull'appoggio che viene dato alle fazioni dei ribelli che combattono Bashar al Assad.

La religione e' per l'Arabia Saudita parte integrante della propria politica estera, un binomio inscindibile che orienta le scelte del regime saudita nel contesto mediorientale. Una politica estera fondata non solo sul dogmatismo wahabita, ma anche sugli strumenti che questa branca ortodossa dell'Islam sunnita ha la possibilita' di utilizzare sul terreno: i predicatori wahabiti e gli imam con il loro proselitismo, le organizzazioni caritatevoli, i soldi profusi nei mille canali islamici che alimentano scuole, ospedali e comunita' islamiche.