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IL SUDAN DEL DOPO BASHIR


omar al bashir

Omar Al Bashir


L’estromissione e arresto del Presidente Al Bashir il 12 aprile a Khartoum non cambia molto la storia politica del Sudan. Non è sicuramente una iniziativa che possa portare la democrazia nel Paese.

Omar Al Bashir aveva preso il potere con un colpo di Stato militare nel 1989. Era allora un colonnello che aveva guidato una insurrezione, se non altro incruenta, per estromettere un governo civile legittimamente eletto. Quindi aveva governato sino a questi giorni con il sostegno dei militari.

Adesso i militari, a fronte di ricorrenti manifestazioni di piazza, hanno deciso di togliergli il comando ma questo non implica certo che i militari in Sudan rinuncino al potere. Hanno deciso di cambiare il fantino ma di mantenere lo stesso cavallo. Allo stesso tempo, l'opposizione denuncia uccisioni indiscriminate tra le sue fila.

Non è quindi casuale che il suo posto sia stato preso inizialmente e “temporaneamente” dal Vice Presidente nonché Ministro della Difesa nonché generale Ahmed Awad ibn Auf. Il personaggio aveva già stilato il suo programma: una transizione di due anni guidata dall’esercito; sospensione della Costituzione; stato di emergenza per almeno tre mesi.

Ritenuto poi quest’ultimo inadeguato a capire gli umori della piazza e delle contestazioni, è stato anche lui “avvicendato” e le sorti del Paese sono adesso nelle mani di un Consiglio Militare “di transizione” (quindi sempre “provvisorio”) guidato da un altro generale, Abdelfattah al Buhran. Un gioco di avvicendamenti tutti nell’ambito militare.

Al Buhran prende il posto di Auf perché è apparso più gradito alla folla che protestava, avendo tentato un dialogo coi rivoltosi. Probabilmente anche il suo peso in ambito militare era superiore a quello del suo predecessore, sicuramente più compromesso al fianco di Al Bashir nella gestione del potere.

Peraltro Auf, come il suo Presidente, era stato messo sotto accusa dalla Corte penale internazionale per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità per l’oppressione in Darfur. Quindi l’arrivo di Buhran offre anche il vantaggio di una riabilitazione del Sudan nel contesto internazionale con il correlato ulteriore vantaggio di evitare sanzioni internazionali.

La storia del Sudan non si discosta molto da altre storie similari nel continente africano. Va via un dittatore e ne arriva un altro. Gli avvicendamenti rispondono a logiche di potere e di opportunità .

Cosa chiede la piazza

La piazza protesta, anzi, la piazza si organizza con una coalizione di membri qualificati della società civile. Le manifestazioni si susseguono. Nessun problema: il dittatore viene arrestato, un altro potenziale dittatore prende il suo posto.

Dare ascolto al risentimento popolare è teoricamente una forma di democrazia se poi ne consegue che chi prende il potere sia espressione di questo risentimento. Cosa che nel caso sudanese non è avvenuto. C’erano state una serie di richieste da parte dei manifestanti: blocco dei fondi dei maggiori personaggi governativi legati ad Al Bashir; arresto del presidente; esautorazione di alcuni generali; epurazione e cacciata del Procuratore generale e di alcuni giudici; liberazione dei militari, poliziotti e civili che avevano aderito alle manifestazioni; instaurazione di un governo civile.

La leadership militare ha solo dato seguito a quelle richieste che non danneggiavano più di tanto il loro ruolo limitandosi, nella maggioranza dei casi, a una selezione del generale più gradito ai manifestanti. Niente di più e niente di meno.

Al Bashir impopolare? Arrestato. Anzi viene epurato il suo entourage più stretto: arrestati il primo ministro Taher Ella e i vari ministri del suo governo, l’ex vice presidente Osman Taha, l’ex ministro della difesa Abdul Rahim Mohammed Hussein, l’assistente personale di Bashir nonché Vice presidente del National Congress Party, Ahmed Mohammed Harun (anche lui sulla lista della Corte penale internazionale).
Auf non gradito? Avvicendato, togliendogli anche l’incarico che aveva di Ministro della Difesa. Aggiunta anche la destituzione del suo vice, il generale Kamal Abdul Maroof.

Il potente capo del NISS (National Intelligence end Security Service), il generale Salah Gosh, è odiato e temuto in quanto braccio armato della sistematica repressione del regime? Nessun problema: avvicendato da un altro generale, Abu Bakr Mustafa. Anzi meglio: promessa la riforma del NISS.

I manifestanti chiedono la testa del predecessore di Salah Gosh, il generale Mohammed Atta, adesso ambasciatore a Washington e noto aguzzino? Nessun problema: destituito dall’incarico diplomatico. Altrettanto fatto con il rappresentante sudanese a Ginevra Mustafa Ismail.
La folla voleva che il partito creato da Al Bashir, il Congress National Party, fosse sciolto? Richiesta esaudita con aggiunto congelamento dei fondi e processo ai maggiori esponenti di tale organismo (peraltro non ancora identificati per prudenza della giunta militare: vedere bene chi salvare e chi esautorare).

Poi una serie di promesse a sfondo sociale: lotta alla corruzione; rimozione del coprifuoco e dello stato di emergenza; la promessa che chi si era macchiato di efferatezze contro i manifestanti verrà processato e condannato; la distribuzione dei viveri alla popolazione etc.



abdel fattah

General Abdel Fattah Al Buhran


Governo civile?

L’unica richiesta, quella più impegnativa, e cioè la creazione di un governo civile, è stata sì promessa ma non ancora attuata. Il Consiglio Militare si era inizialmente dato un limite di gestione di due anni. Certo, l’istituzione di un governo civile viene subordinata dal Consiglio Militare a due requisiti fondamentali: che venga assicurata la stabilità e garantita la sicurezza del Paese. E non è forse un caso che in Sudan la stabilità e la sicurezza vengano garantite dai militari. In altre parole un governo civile ma sotto tutela militare. Anche l’Unione Africana ha sollecitato un governo civile, minacciando sanzioni.

Ed ecco l’accordo in via di definizione con una coalizione di opposizione: qualche garanzia alla piazza (un consiglio legislativo composto per due terzi dall’opposizione più la creazione di un cosiddetto Consiglio Sovrano) ma il tutto nel corso un periodo di transizione allungato a tre anni.

Sinora la rivolta popolare sudanese si è trasformata in una purga all’interno del regime militare.

La protesta ha anche connotazioni economiche: la divisione tra Nord e Sud Sudan ha portato a un ridimensionamento dei proventi petroliferi e quindi della maggiore fonte di sostentamento finanziario del regime. Ne è conseguito un impoverimento generalizzato della popolazione e un collaterale aumento del prezzo dei generi di prima necessità, anche in virtù di alcune riforme economiche messe in atto nel 2017.

Al Bashir aveva già tentato di calmare la protesta con l’abbassamento del prezzo del pane e di altri prodotti ma senza successo. L’inflazione è oramai sull’ordine del 45% e quindi rende inutili anche queste iniziative economiche.

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso al riguardo l’invio di aiuti umanitari (grano, medicine e persino petrolio) e questo agevola un poco l’attuale gestione dei militari. E non è quindi casuale che le due nazioni del golfo abbiano espresso pubblico apprezzamento per il ruolo dei militari nell’attuale congiuntura sudanese. Un appoggio che risiede nell’impegno militare sudanese in Yemen che ha fatto affluire nelle casse del regime sudanese oltre 2 miliardi di dollari (a cui aggiungere la promessa di 15 miliardi di investimenti nel prossimo futuro).

Il ruolo dei militari

Sicuramente Al Bashir è stato per 30 anni un dittatore brutale ma le sue azioni hanno avuto il sostegno dell'élite militare che lo ha, fino all’11 aprile scorso, appoggiato. La stessa élite che oggi si erge a suo giudice e lo condanna. Il dittatore aveva inizialmente cercato di bloccare la protesta con l’oppressione (si parla di un centinaio di morti, qualche centinaio di feriti e un’ondata di arresti indiscriminati) e con ripetuti cambi governativi. Non voleva però un cambio della Costituzione per garantirsi un terzo mandato presidenziale. I risultati non sono stati apprezzabili, la protesta da sporadica è diventata strutturale, da lì la sua destituzione e infine l’arresto.

Al Bahir si porta dietro il peso delle accuse per la repressione del Darfur, qualcosa molto vicino al genocidio e alla pulizia etnica. Le accuse internazionali con relativo mandato di arresto impedivano al dittatore, salvo eccezioni (Marocco, Egitto, Sudafrica, Arabia Saudita), di svolgere un’adeguata attività relazionale all’estero.

Durante la perquisizione delle sue residenze è stata fatta filtrare la notizia del rinvenimento di valigie piene di soldi per un valore di circa 130 milioni di dollari. Sicuramente non era solo lui a rubare in Sudan e ad arricchirsi, ma anche chi gli stava intorno, militari compresi. Ma oramai, in questa lotta di sopravvivenza, Al Bashir è diventato il responsabile di tutti i mali: violenze, corruzione e crisi economica. Dagli arresti domiciliari, aumentando esponenzialmente le accuse nei suoi riguardi, il dittatore è stato trasferito in un carcere.

Il gioco dei militari sudanesi oscilla tra concessioni e promesse e tende ad avvalorare una discontinuità tra passato e futuro, quasi un ruolo super partes, come se loro nel passato del Paese non avessero avuto un ruolo centrale. La fase attuale è caratterizzata dalla ricerca di un’intesa che possa accontentare la folla concedendo un governo civile ma nel contempo mantenga inalterato il ruolo dirimente dei militari.



sudan map


Gli interessi di altri paesi

Quello che avviene in Sudan non riguarda solo i sudanesi ma interessa anche altri Paesi sia nel continente africano che nel resto del mondo. Con il territorio tra i più grandi dell’Africa e una popolazione di oltre 40 milioni di abitanti, il suo ruolo nel contesto africano è centrale. Interessa molto all’Egitto, nazione confinante che condivide con il Sudan lo sfruttamento delle acque del Nilo. Interessa anche per un eventuale effetto contagio, visto che anche al Cairo governa un regime militare. Interessa al Ciad, che era entrato in collisione con Khartoum per il suo appoggio ai ribelli del Darfur.

Interessa ai Paesi del Golfo per i reciproci accordi e per la comune militanza nel mondo musulmano sunnita.

Interessa al Qatar e alla Turchia per gli stretti legami anche con il mondo dei Fratelli Musulmani di Hassan Turabi e il suo Popular Congress Party. Doha deve anche ringraziare il Sudan per non avere aderito all’embargo verso il suo Paese decretato dall’Arabia Saudita e che aveva cercato di favorire una mediazione.

Ma interessa anche agli Stati Uniti che sono diventati, con il Consiglio Militare, interlocutori privilegiati. Nell’ottobre del 2017, l’amministrazione americana aveva, dopo un lungo negoziato, tolto l’embargo al paese che durava dal 1997. Un embargo decretato perché il Paese era ritenuto colluso con il terrorismo internazionale e per questo una fabbrica di Khartoum in cui si producevano medicine (ma gli americani pensavano ad aggressivi chimici) venne colpita da missili nel 1998.

E ovviamente interessa alla Cina che è fortemente impegnata economicamente nel continente africano e che aveva assistito Khartoum violando l’embargo internazionale. Come superpotenza interessa anche la Russia sopratutto perché il deposto Al Bashir aveva normalizzato i suoi rapporti con la Siria di Assad. E dietro la Russia c’è ovviamente anche l’interesse iraniano per il futuro del Sudan. Con Teheran i rapporti sono stati a lungo buoni ma poi sono stati interrotti per affiancare le istanze saudite dopo l’attacco all’ambasciata saudita a Teheran nel gennaio 2016.

Cosa fa paura

L’insorgere di una crisi sociale in Sudan, quindi di un nuovo focolaio d’instabilità nel continente africano, fa un po' paura a tutti. Trattandosi poi di un Paese musulmano, dove in passato aveva trovato asilo anche Osama bin Laden per 4 anni (1992-1996), si evoca la possibilità che domani possa diventare un nuovo obiettivo del terrorismo islamico. Quel che è avvenuto in Libia e Siria è un monito per tutti.

Quel che interessa agli osservatori internazionali è che il Paese rimanga stabile, poco importa che questa stabilità venga garantita dai militari o da un governo civile. La cosiddetta democrazia non è oggetto del contendere. Lo stesso discorso vale all’interno del Paese: la classe media vuole stabilità per la sua sicurezza e i suoi commerci, ha paura di un futuro incerto e questo porta comunque ad avere un occhio di riguardo per l’élite militare. Che poi i manifestanti abbiano gridato nelle piazze slogan per la pace, libertà, e giustizia poco importa. Il futuro del Paese è solo legato a questa circostanza.

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