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DA CHE PARTE STA LA TURCHIA IN POLITICA ESTERA?


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Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale la Turchia ha sviluppato una politica estera volta a guadagnare un ruolo di prestigio nel contesto internazionale. E' entrata nella NATO, ha cercato alleanze nel mondo occidentale, ha puntato sull'adesione all’Unione Europea.

Questo approccio è stato frutto dell'eredità politica di Kemal Ataturk e della laicità imposta al Paese. I militari, custodi di questa tradizione, hanno proseguito lungo questa strada, la cui diretta conseguenza è stato il disinteresse nei confronti di tutto quel mondo islamico che circondava la Turchia. In gioco vi era anche un fattore psicologico: perso l’Impero Ottomano, dialogare alla pari con dei Paesi che erano stati vassalli dell’impero sembrava quasi un gesto umiliante, a sottolineare un passato glorioso ormai perduto.

L'avvento di Erdogan

La Turchia è diventata una potenza regionale a cavallo fra Asia ed Europa, alfiere dell'Occidente ed amico di Israele fino a quando non è comparso sulla scena politica Recep Tayyip Erdogan ed il suo partito islamico “moderato-conservatore”, l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi o Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). Dal 2002 ad oggi Erdogan ha messo in atto una scalata al potere che lo ha portato allo scranno di Presidente della Repubblica nell'agosto 2014. Il consenso acquisito ha eroso il potere dei militari ed oggi gli permette di controllare due terzi del Parlamento.

In questi anni la politica estera della Turchia ha così cambiato lentamente, ma inesorabilmente indirizzo. L’estrazione islamica dell’AKP spinge fatalmente il suo leader a sviluppare un rapporto preferenziale verso quel mondo arabo e islamico precedentemente ignorato. A spingere Ankara in questa direzione ci pensa anche l'Unione Europea, poco accogliente nei confronti di Turchia musulmana, e a stento tollerante dei comportamenti poco democratici inanellati da Erdogan nel suo progredire politico.

E' così che il Presidente turco ha spostato il centro dei propri interessi e dato vita a quella che alcuni analisti definiscono come una politica “neo-ottomana” nei confronti dei vicini regionali, impostata, laddove possibile, sui rapporti di forza lascito del recente passato imperiale. La preferenza, per motivi di affinità politica, è andata verso quei Paesi musulmani retti da dirigenze islamiche. L'AKP, del resto, è un partito molto vicino ai Fratelli Musulmani egiziani.

L'Autunno Arabo

La Primavera Araba era, sotto questo aspetto, una grossa opportunità per la Turchia di Erdogan. Ad ogni rivolta verso regimi laici è seguita, il più delle volte, la crescita dei movimenti islamici. Lo è stato in Tunisia, Egitto, poteva esserlo in Libia (nonostante Ankara fosse contraria all'intervento militare contro Geddafi), si sperava succedesse in breve tempo in Siria ed era già avvenuto con Hamas in Palestina.

Sfortunatamente per la Turchia però gli eventi non hanno preso la piega auspicata. Al Cairo, dove Erdogan aveva instaurato dei rapporti privilegiati con il Presidente Mohamed Morsi, i Fratelli Musulmani sono stati estromessi dal potere e l’élite militare ha ripreso il controllo con il Generale Abdel Fattah al Sisi. La restaurazione ha prodotto un immediato raffreddamento dei rapporti bilaterali.

In Tunisia il Presidente Erdogan aveva allacciato rapporti Rashid Ghannouchi di Ennadha. Ma il suo movimento è stato recentemente ridimensionato alle ultime elezioni, dove hanno prevalso partiti laici e nazionalisti a scapito delle formazioni di ispirazione islamica. In Libia è riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale il Parlamento ed il Governo di Tobruk, mentre le fazioni islamiche di Tripoli e Misurata, appoggiate da Ankara, non hanno ottenuto analogo riconoscimento. Hamas a Gaza, invece, rimane ancora oggi politicamente emarginata nel caso di un eventuale negoziato palestinese, mentre nel frattempo ha subito delle ulteriori recenti sconfitte militari.


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Recep Tayyip Erdogan


Scacco siriano

Ma quello che più sta danneggiando la politica estera arabo-musulmana di Erdogan è la mancata caduta del regime alawita di Bashar al Assad in Siria. Il presidente turco trova adesso a dover gestire sul proprio territorio la presenza delle varie frange di ribelli che si oppongono a Damasco, il transito di armi e terroristi e, come dimostrato dai recenti attentati, un terrorismo di importazione. Gli spill-over della crisi siriana hanno creato una situazione incresciosa per la quale non è stata trovata, ed è forse il maggior lato negativo, un'adeguata risposta politica.

L’islamismo politico di Erdogan, peraltro comune ad altri attori mediorientali, vive adesso sulla propria pelle il rischio della deriva fontamentalista. Sono tremila i simpatizzanti dell'ISIS in Turchia e, stando a dati forniti dalle autorità locali, un migliaio i cittadini turchi combattenti fra Siria ed Iraq. Sullo sfondo, ma non troppo, un milione di rifugiati siriani che stazionano in territorio turco. E’ una situazione difficile da gestire anche sul piano della sicurezza, il confine siro-turco è lungo circa 900 km ed è quindi quasi impossibile presidiarlo compiutamente.

Il risorgere della questione curda, malamente enfatizzata dall'iniziale rifiuto turco di fornire assistenza agli assediati di Kobane, ha creato ulteriori problemi. Forse ancora più drammatico, questa volta ai fini interni, il fatto poi che alla fine Ankara sia stata 'costretta' a consentire il transito di circa 150 Peshmerga verso il Kurdistan iracheno. Così facendo si è sancita la fine del tabù negazionista sull'esistenza di un unico popolo curdo dentro e fuori i confini nazionali turchi. Questo evento, per certi versi storico, presenterà prima o poi il conto alle autorità turche.

L'oggi ci dice però che il Presidente Erdogan perseverare nel non prestare assistenza ai curdi. Nè contro il regime di Assad, nemico comune, né contro l'ISIS, potenziale pericolo per la sicurezza nazionale. E il destino beffardo infligge ai turchi l'umiliazione di vedere Kobane riconquistata dai curdi con l'aiuto dei rifornimenti aerei di armi americane.

Le tensioni con Washington e Tel Aviv

Il rapporto con gli Stati Uniti è da ricucire, dopo il diniego all'utilizzo della base di Incirlik per i raid contro l'ISIS. Esistono innanzitutto delle divergenze sulle priorità militari: Erdogan vorrebbe ci si concentrasse soprattutto sulla Siria, mentre gli USA guardano più all’Iraq.

I rapporti con Israele hanno subito una forte regressione dopo l'espulsione dell'ambasciatore israeliano nel settembre del 2011 a seguito del raid di un commando israeliano contro la nave Mavi Marmara, parte della Freedom Flottilla diretta a Gaza. L’incidente ha portato alla morte di 8 cittadini turchi. Il contenzioso non è stato ancor risolto nonostante le scuse ufficiali di Israele. La Turchia chiede che sia esaudite due altre richieste: il pagamento di una compensazione per i familiari delle vittime e l’interruzione dell’assedio e dell'embargo sulla Striscia di Gaza.

Oggetto collaterale del contendere sono anche gli stretti rapporti fra Erdogan e gli esponenti di Hamas Ismail Haniyeh e Khaled Meshal, entrambi ospitati a più riprese ad Ankara. Tel Aviv accusa la Turchia di aver autorizzato Hamas ad operare sul proprio territorio con un comando con funzioni di reclutamento e di operazioni all’estero. E nel frattempo anche l’Egitto ha inserito la branca militare di Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ahmet Davutoglu
Il Primo Ministro Ahmet Davutoğlu

Nuovi amici

I difficili rapporti con Israele e Stati Uniti sono stati bilanciati, nell’ottica di Erdogan , da un riavvicinamento alla Russia di Vladimir Putin. La recente visita del Presidente russo ad Ankara ha aperto ampie aspettative, se non prospettive, nel campo economico: gasdotti dalla Russia sul territorio turco; centrale nucleare con assistenza, tecnologia e finanziamenti russi; regime fiscale preferenziale ecc.. La Turchia non si è infatti associata alle sanzioni internazionali nei confronti di Mosca dopo i fatti ucraini e sembra voler assecondare la richiesta di Putin di una posizione di maggiore neutralità, affrancata dalla politica americana

Ma il riavvicinamento con Mosca implica anche delle controindicazioni. In primis la questione dei tartari di Crimea, legati storicamente e linguisticamente alla Turchia, e vittime di una crescente persecuzione a seguito della recente annessione della penisola alla Russia. E poi c’è il grosso problema degli armeni, un genocidio sempre negato dalla Turchia alla ricerca di una soluzione politica. Nell’aprile 2014 è stato aperto il confine turco-armeno e, nell'occasione, il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha formulato ufficialmente delle scuse. Ma la strada verso una normalizzazione dei rapporti con l'Armenia, entrata di recente nell’Unione Economica Euroasiatica, deve ancora superare 100 anni di incomprensioni e accuse reciproche.

La recente nomina dell’ex Ministro degli Esteri Davitoglu a Primo Ministro è forse un segnale che qualcosa nel campo delle relazioni esterne deve essere cambiato.E' un fatto inequivocabile che la politica estera turca sia oggi ancora contraddittoria e che trovi difficoltà a confrontarsi con situazioni regionali ed internazionali in continua evoluzione. A pesare eccessivamente è la caratterizzazione islamica tendente al radicale dell'AKP.

Giochi pericolosi

La Turchia ha, al pari di altri, l'ambizione di guidare la galassia sunnita. Non a caso i rapporti con Tehran sono contrastanti. A volte prevale l’interesse economico - la Turchia ha bisogno di accedere a risorse energetiche - il più delle volte il contrasto sia sulle vicende siriane che nell’idea turca di guidare il sunnismo mediorientale contro lo sciismo. La vicinanza tra Erdogan e l’emiro del Qatar, ospitato ad Ankara il 19 dicembre 2014, pone la Turchia in posizione di contrasto con molti regimi sunniti della regione e solleva sospetti di collusione con quelle milizie islamiche che stanno minacciando la stabilità regionale.

Emblematica, in tal senso, la vicenda relativa a tre autocarri del MIT (“Milli Istihbarat Teskilati” alias “Organizzazione di Intelligence Nazionale”) fermati dalla polizia turca per un controllo e trovati carichi di missili, mortai e munizioni. Secondo il Comando Centrale della Gendarmeria, le armi erano destinate alle milizie di Al Qaeda e/o ISIS in Siria. L'episodio risale al gennaio 2014, ma è venuto a galla con un anno di ritardo.

Il Governo Erdogan ha dapprima bloccato, con un'ingiunzione, la divulgazione della notizia, affermato che trattavasi di aiuti umanitari diretti ai turcomanni siriani e poi tentato di insabbiare la vicenda, sostituendo il giudice inquirente e mettendo 13 soldati sotto accusa per spionaggio. Nonostante questi tentativi, lo scandalo è esploso e sono venuti alla luce i dettagli dell'operazione. Un aereo straniero era atterrato all'aeroporto di Ankara ed aveva scaricato gli armamenti, poi diretti al confine siriano a Reyhanli. Da lì, secondo una prassi consolidata, gli autisti civili venivano sostituiti da uomini dei Servizi che provvedevano ad attraversare il confine.

Sei container, circa una sessantina di missili, mortai, una cinquantina di casse di munizioni per mortai e mitragliere contraeree Dushka con scritte in cirillico. Materiale diretto a non si sa chi. Ma il dubbio che sia finito nelle mani sbagliate è molto alto.

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